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Brescello, sulle sponde del Po - foto : Brescello (Re), il fiume Po © Federico Roiter
Brescello (Re), il fiume Po © Federico Roiter

Brescello, sulle sponde del Po

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Un fiume. La sua storia. Le alterne vicende. In un momento sono sulle rive del Don, durante la gara di pesca “guareschiana” tra la delegazione italiana opposta alla rappresentanza sovietica. Basta un niente, e via. Un pesce che salta fuori dall’acqua mi fa cambiare abiti, epoca e continente. Eccomi sul Mississippi, con una canna da pesca insieme a Huckleberry Finn, in una nuova avventura “Twainiana”.

Esco da Brescello. Dopo una ricca (e desiderata) indigestione cittadina, il verde dei moltissimi alberi è la mia nuova stella cometa. Lasciatomi alle spalle Piazza Matteotti e superato l’incrocio con via Dante Alighieri (mai nome fu più azzeccato), mi affido a un improvvisato istinto Virgiliano dirigendomi in un invitante antro aperto, fino alla foce dell’Enza e del fiume Po.

Nell’area golenale del “primo cittadino fluviale” d’Italia (dicasi Po, a fronte dei suoi 652 km di lunghezza), c’è una pista ciclabile che porta a Boretto, e un’altra verso la foce dell’Enza. Quest’ultimo è un fiume appenninico che delimita le province di Parma e Reggio Emilia, la cui fonte si trova sull’Alpe di Succiso (2017 m.)

Le precise indicazioni comunali avvisano che l’area può essere soggetta ad allagamento. Quindi, prima di mettersi in marcia, occhio al meteo. E in effetti non sono troppo scrupoloso. Il sole va e viene. Sarebbe meglio dire la pioggia va e viene, ma a un reporter non è concesso avere paura. Anzi, lo è. Il solo obbligo è affrontare comunque le sfide (ma questo dovrebbe valere per tutti).

Seguo l’Enza nei suoi ultimi tratti fino a giungere dinnanzi a lui. Mai visto così da vicino. Sempre da lontano. Adesso è lì. Davanti a me. L’ingresso dell’affluente nel Po crea una grande ansa, mentre tutt’intorno boschi ripariali e pioppeti. In questo ecosistema, anatidi (anatre, oche, cigni) e aironi trovano i loro nidi, e la loro vita.

Strano non ci siano leggende di qualche lochnessiana creatura nascosta anche qui. Il panorama e l’ecosistema si presterebbero. Le vecchie note di Limahl mi danno il colpo di grazia, e tutto d’un tratto sono che volo sul Fantadrago de La storia infinita (1984) sopra la campagna emiliana, relegando ogni respiro a qualche furtivo arcobaleno sempre troppo breve per le mie aspirazioni.

Le comitive arrivate stamane per fortuna sono ancora nel paese. Ci sono solo io e il Grande Fiume. Posso farmi coccolare dalle sue lente onde. Disegnare mentalmente creature che popolano il territorio subacqueo. Qualcuna di loro in effetti se ne esce, invitandomi a raggiungerla per un bagnetto pre-stagionale.

Il tempo non si ferma come da me richiesto. Le mie scarpe, quasi magiche, si alzano e mi riconducono sulla strada. Vedo in lontananza il campanile della chiesa Santa Maria Nascente. “C’era una volta un paesino chiamato Brescello, una fetta di terra tra il fiume e l’Appennino”. C’è ancora. Io ci sono dentro. Vi saluto da questa favola fatta di donne e uomini. Alzo il mio secchio di latte appena munto, e brindo a tutti loro.

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