Una locomotiva nel parco. Il volto materno della Madonnina del Borghetto. Un carro armato con la stella bianca americana. Scorci di Brescello. Lì dove il regista francese Julien Duvivier prima, e l’autore stesso Giovannino Guareschi poi, portarono sul grande schermo le vicende umane del prete reazionario Don Camillo e del sindaco proletario Giuseppe “Peppone” Bottazzi.
Giro e rigiro attorno al cingolato bellico. Indimenticabile nel terzo capitolo della saga la scena in cui il parroco, insieme al primo cittadino del comune emiliano, sparò per errore contro la colombella comunista della pace. Adesso è inoffensivo. È solo un’attrazione turistica. Meglio ripeterselo. E ricordarlo. Io come tutti. Raccolgo un fiore e lo depongo lì. Memoria universale per un impegno comune alla Pace.
Sotto i portici di via Gilioli, quasi nascosta, svetta la grossa campana. Quella ordinata da Peppone per commemorare un “compagno” caduto. Dapprima il rifiuto di Don Camillo a far suonare quelle del campanile della chiesa. Poi, al passaggio della bara, l’uomo prevale sulle idee. L’azione diventa figlia di qualcosa di più grande. Non ci sono solo lacrime che cadono. C’è il rispetto per la Vita che si può ancora imparare da una pellicola di oltre trent’anni fa.
Brescello. Un museo a cielo aperto. Prima ancora di entrare in quello effettivo, è una continua scoperta agevolata dalle precise indicazioni che indicano il “percorso cinematografico”, inclusa la Casa di Reclutamento Amato/Rizzoli per le comparse dei vari film. Finisce così che vagando, ritorni all’hotel dove mi sia fermato e proprio lì dietro trovi lei. La Madonnina del Borghetto.
Sulla strada Cisa, in mezzo al verde, c’è armonia. Maria è solo una mamma che culla il proprio bimbo. Uno dei tanti messaggi sempre attuali del mondo Guareschiano è l’umanizzazione della religione. Senza controindicazioni, potere o sopraffazione. Ritorno in piazza Matteotti. Mi manca il crocifisso della Chiesa. Quello dell’Altar Maggiore con cui parlava Don Camillo, e che nella realtà si trova nella prima cappella, subito alla sinistra dell’ingresso.
Un Cristo dispensatore di consigli, entusiasmo, tuoni e ironia. Un genitore buono che ti lascia sbagliare per farti capire meglio. Difficile credere sia il figlio divino. Per me che non sono credente, non ha importanza. Perché nel guardare Gesù, chiunque egli sia, sono certo di avere salutato un amico sincero.
Le luci lasciano posto ai bagliori del tramonto. Non resta che conoscere Brescello anche dal punto di vista culinario. La cucina emiliana è una delle più rinomate. Non solo in Italia. Risultato di otto secoli di tradizioni, dolci e salate, le cui radici emergono dalle singole realtà ducali.
Primo teatro di questi sapori a Brescello, la Trattoria La Bottega. Un ambiente rustico interamente tappezzato di foto d’epoca (originali) della saga delle cinque pellicole, firmate dal fotografo di scena Osvaldo Civirani (1919-2008) e suo figlio Walter. Riconosco il volto di Peppone sudato di fronte all’esame di 5° elementare. Il compagno Brusco con mitra impugnato che minaccia Don Camillo di “vuotare il sacco”.
Proprietari del locale sono la giovane Marisa e il marito cuoco Cristiano. I primi sapori con cui vengo in contatto sono i “garganelli col sugo dello smilzo”, una pasta all’uovo tipica dell’Emilia Romagna, “condita” con pomodoro, fagioli, e salame sottile cotto nel lambrusco, uno dei vini principe della zona prodotto in particolare nel Reggiano, nel Mantovano e nel Modenese.
Dopo un nuovo succulento piatto a base di salsiccia in aceto balsamico e culatello, altra specialità locale, è il momento del tosone, la parte di formaggio grana ricavato dalle eccedenze della forma classica, quando è ancora soffice, e qui condito con miele, aceto e mosto. Chiusura affidata al nocino, liquore ottenuto dal mollo delle noci.
Prima di perdermi nella stradine del paese, mi soffermo su un’altra foto. Forse la più emblematica. I due protagonisti immortalati in bicicletta nell’ultima scena di Don Camillo e l’Onorevole Peppone (1955), mentre pedalano dalla stazione di Boretto a Brescello. “Ecco, ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo”, coccolava lo spettatore la voce narrante, “Però se uno dei due si attarda, l’altro l’aspetta, per continuare insieme il lungo viaggio fino al traguardo della Vita”.





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Vero reportage scritto con cuore e maestria.
marta