Israele. Palestina. Giudea. Samaria. In qualunque modo venga identificata, qualunque Stato la rivendichi, si tratta sempre della Cisgiordania.
Terra del Medio Oriente. Ex territorio della Giordania. Ex territorio israeliano. Ora controllato amministrativamente dall’Autorità Nazionale Palestinese, così come la Striscia di Gaza. Un lembo costiero di 360 chilometri al centro del conflitto israelo-palestinese.
Ma la Cisgiordania non è solo guerra, politica, paura. E’ anche il cuore pulsante della cristianità. Luogo di culto, di pellegrinaggi, di conoscenza.
E il simbolo di tutto questo è la “città del pane”, secondo le traduzione ebraiche. Betlemme. Posta a dieci chilometri da Gerusalemme, ad oltre settecento metri sul livello del mare. E’ il luogo di nascita di Gesù Cristo.
L’ingresso in città da Gerusalemme, avviene attraverso il confine di terra. Un confine fisico, in tutti i sensi. Fatto di barricate, di sbarre, di militari e di controlli ad ogni passo.
Si scivola lungo una serie di tornelli che, una volta superati, consentono di attraversare un’ampia zona monitorata e circondata da alte mura che cingono l’intera Betlemme.
Lasciandosi alle spalle tale zona, si superano corridoi di sbarre e di cemento. E sul cemento sono ben evidenti frasi, scritte in rosso o in nero, che invocano la libertà e la pace.
La popolazione della Cisgiordania sembra tristemente abituata a questo genere di controlli, al punto che valica il confine con una certa disinvoltura. I residenti locali lo fanno ogni giorno. Molti lavorano in Israele e abitano qui o viceversa. Sono i pendolari di confine.
I cittadini locali sono, sia palestinesi, sia israeliani. Sono un po’ tutto e un po’ niente. A chieder loro come o cosa si sentano, rispondono di non saperlo ancora bene.
Un bambino di circa sei anni entra a Betlemme accompagnato dal padre. Mano nella mano. Alla sua età non ha mai visto questa città senza recinzione.
Accantonando le mura di cinta ci si avvia verso il centro. Distante da tutto questo. Distante anche emotivamente, ma indimenticabile.
Nell’apparente calma della ordinata piazza principale si erge la Basilica della Natività, costruita laddove, secondo la tradizione cattolica, è venuto al mondo Gesù.
L’esterno si presenta austero. Certamente non paragonabile allo splendore che abbraccia il visitatore quando si trova dentro la basilica. La porta principale, l’unica accessibile oggi, è molto piccola e bassa. Questo per evitare di entrare in chiesa a cavallo.
Cosa che può apparire insolita, ma che, a quanto apre, non lo è.
La basilica, internamente ha un aspetto monumentale e, insieme semplice. E’ ampia, imponente. Lunga oltre cinquantatre metri, larga poco più di ventisei nelle cinque navate.
Sulla parte alta delle pareti, una di fronte all’altra, si presentano, in tutta la loro bellezza, una fila di raffigurazioni di santi che illuminano la basilica. Lunghe lampade dorate pendenti dall’alto illuminano fiocamente la chiesa.
Accanto all’abside centrale due rampe di scale conducono alla Grotta della Natività.
Questo è il momento più suggestivo ed emozionante. Indipendentemente dal proprio credo o dal proprio ateismo, questa Grotta rappresenta l’unico modo per toccare la storia con una mano. Davvero.
Nella cripta, lunga oltre dodici metri e larga solo tre e mezzo, sotto un altare, si trova una stella d’argento a quattordici punte.
Sulla stella è incisa la frase: “Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù”.
Al centro della stella c’è una piccola apertura. Una sorta di foro. Se si introduce la mano in questo foro, si avverte al tatto la sensazione di sfiorare la seta, morbida, liscia, fresca.
E’ pietra. E’ la pietra su cui la Madonna ha partorito. Levigata da milioni e milioni di carezze di pellegrini.
E questa pietra è anche la storia.
Betlemme si imprime nella memoria per la potenza delle sensazioni mistiche, dolorose, profondamente religiose e culturali. Ma Betlemme si ricorda anche per l’immagine di un muro di cemento armato che avvolge la città celandola alla vista.





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