L’alba rischiara il Saint George Yacht Club e la promenade che affianca la baia. Folle di gabbiani. Gatti amletici. Il vecchio Mercedes, taxi improvvisato, si ferma. Traffico, gas di scarico, rumore dei clackson della Beirut frenetica. Distante.
Downtown off limits. Distratti soldati col kalashnikov, al cheekpoint. Un salto nel vuoto. Divieto, documenti, possibili ordigni inesplosi lungo strade, angoli, vicoli. L’OK . I colori sbiadiscono nel silenzio e nella polvere fino a Piazza dei Martiri. Poi tutto in bianco e nero.
Un’architrave, solo un buco nero, un passaggio. Lembi di scale, sacchi di sabbia ammucchiati nelle crepe delle mura sventrate, forate da pallottole. Si sale con cautela mentre i calcinacci cadono. I ferri sospesi gemono. Fino in cima senza fiato, senza saliva. Nikon e obiettivi pesi come il corpo. Il cuore, grave.
Dall’alto del fatiscente palazzo, la vista assorbe visioni spettrali, i luoghi più difficili della città, quelli che trattengono memorie stratificate e tragiche. Il cuore di Beirut, un labirinto di macerie, i landmarks di una storica città sono aperti in muri crollati l’uno sull’altro. Disegnano nuovi spazi, nuovi passaggi, facendo perdere la percezione di una città. Il suo nucleo antico.
Chiese e moschee ridotte a souvenirs della profanazione, pezzetti di vetro che ancora resistono sui bordi delle finestre. Grigio del cemento schiacciato, punte di armature di palazzi che spuntano dalla superficie polverosa. Fili che oscillano in una maglia di abbandono.
Il centro di Beirut, un cimitero della memoria. Palazzi spolpati, disossati, silenziosi. Architettura senza vita. Ciechi fondali di uno scenario da incubo. Attoniti testimoni di tragici eventi. Piazza dei Martiri, sin dai tempi dell’impero ottomano, la storia e la cultura di Beirut. Negata.
Il centro dell’ultima città levantina, ricostruito nella seconda metà del XIX° secolo, si apriva dalla piazza dei Cannoni oramai piazza dei Martiri. Dall’avenue Fouad Cheab al lungomare, dal quartiere Jemmayzè a quello di Wadi Albou, sulla Beirut romana.
Negli anni Cinquanta, la zona vecchia acquista tratti più moderni e negli anni Settanta, nel quartiere di Ain Mreissè, “cadono” alcune case ottomane di pietra con i tetti rossi e le finestre ad arco di stile veneziano. Preludio ad una ben più triste demolizione.
Downtown era il fulcro dell’arte e del commercio. Mercanti, artigiani, avvocati, giornalisti, politici, impiegati e uomini d’affari. Suq, cinema, Cafè, teatri e ristoranti dove gustare i migliori hummus e Arak di tutto il Medio Oriente.
Ma l’eruzione del dissidio scendeva come lava dallo Chouf verso Beirut, nervo scoperto di etnie e clans. 1975, guerra civile. Un duro colpo alla città. Scontro tra libanesi che la dividono in due. Ad est cristiani maroniti, ad ovest sunniti e palestinesi. Al centro la “linea verde” in rue du Damas. Cecchinaggi e tiri di artiglieria. Auto-bombe, trappole mortali. Primi infarti di un cuore che cesserà di battere nel 1983.
Piazza dei Martiri stuprata, appare come un fantasma, suicidato, disintegrato. Una finzione. Il cartellone pubblicitario ORIENT di un vecchio cinema, naufrago aggrappato ad un relitto. “I martiri” della rivolta anti-ottomana del 1916 sono lì, al centro della spianata. Quattro figure umane in ferro traforate dai proiettili “per ricordare le ferite”della guerra civile. E altre.
Poligono per cecchini, ora deserto. Solo due italiani e due “sciusià”, Amid e Josef. Hanno poster della piazza alla fine degli anni Sessanta. Irriconoscibile, pochi i punti di riferimento. Solo il monumento al centro. Il volto disperato, il braccio alzato. L’unica cosa “viva” che mostra l’indicibile insulto all’uomo e alla storia.
L’Holiday Inn, lapide al dolore. Postazione di cecchini durante la guerra civile. Crivellato di pallottole, tende stracciate prive di colore che pendono dalle finestre. Emblema senza occhi di “momenti di gloria” e di slogan per turisti.
Vivere nella speranza, per far parte della realtà. Leggenda e storia. Beirut, distrutta e ricostruita sette volte. Il Premier Rafiq Hariri, ucciso in un attentato nel 2005, artefice della rinascita del centro. Progetto iniziato e interrotto anche a seguito dell’intervento israeliano del 2006.
Nella zona Raoucheh, lungo l’avenue du Paris, s’innalzano disarmoniche da un terreno polveroso e irregolare, nuove costruzioni, una accanto all’altra con ragnatele di fili elettrici che danno unità a questo strano scenario ancora tutto da finire. S’infiamma il tramonto sulla baia blu di Saint George. Due reporters e due sciuscià libanesi seduti sul muretto della Corniche a fissare il mare, a capire il vento.






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Ottime le foto, impressionanti!! Bello anche l’articolo che dà l’idea di come possa essere la vita a Beirut.
foto veramente suggestive e articolo molto ben fatto..mi è sembrato per questi attimi di vivere nella realtà di beirut,una sorta di viaggio mentale e spirituale…veramente complimenti…pensa che anche per Lei possa essere stato un viaggio pieno di sentimenti…
Grazie Ilaria, si le foto sono impressionanti e non è stato facile fare il reportage. Ma ti assicuro che OGGI Beirut sta rinascendo, molti palazzi sono stati ricostruiti e la vita ricomincia, tra alti e bassi. Dobbiamo TUTTI sperare in una vera PACE NEL MONDO.Dobbiamo crederci. Ciao Marta e Tonj
Salve Marc,
molti, i sentimenti che ci hanno accompagnato nel viaggio in Libano. Dalla gioia degli incontri con gente meravigliosa, multiculturale e ospitale, allo stupore per paesaggi splendidi delle montagne e antiche città come Tiro,Biblos,Sidone, Tripoli. All’orrore per la distruzione che provoca la guerra.
Grazie per i complimenti e ci segua ancora.
Marta e Tonj
bravissimi tutti e due , ci avete regalato un’emozione
Grazie Marco. Ti assicuro che, pur avendo viaggiato-scritto-fotografato-”riportato” gran parte del mondo, Beirut e tutto il Libano è stato anche per noi una grande emozione. Grazie ancora
marta e tonj
le foto in bianco e nero rendono megio del colore certe situazioni ,sono veramente stupende,prendono la ragione e lo spiritoComplimenti anche per l”articolo
E’ vero Graziella, inoltre il B/N è la pellicola preferita da Tonj.
Grazie per il commento
Grandi ! , veramente. Un bellissimo racconto, più che un reportage. Perchè chi l’ ha scritto e chi l’ ha documentato l’ ha fatto non solo con lo spirito del reporter, ma di chi si è completamente immerso in ciò che si presenta davanti ai propri occhi. L’ articolo è efficace, crudo come la realtà che descrive. Le foto, in simbiosi perfetta con cio che è raccontato, sono stupende ( grandioso il bianco e nero ! ) , ma in particolare quella di “Beirut. Downtown-piazza dei Martiri, particolare monumento” è superlativa , sembra la mano protesa di tutto un popolo che chiede disperatamente aiuto… .
Ciao Enzo,
meriti un’accurata risposta! GRAZIE. Hai colto l’essenza del”racconto-reportage”. Spirito ed emozione che si fondono con la dura realtà “descritta e documentata”. Impossibile farne a meno anche se la cronaca esige “distacco”. Quella mano protesa, isolata dal contesto in cui si trova, è la mano di tutti i popoli. Un richiamo, un urlo di questo “Mondo bello e crudele”.
Il tuo commento emoziona. Ecco.., è sempre il sentimento che prevale. E questo fa BENE.
Grazie Enzo, seguici ancora
marta e Tonj