Il vento scompiglia capelli e pensieri, “qui dove finisce la terra e comincia il mare”. Creato dall’Atlantico o giardino d’Europa arroccato sul mare. L’oceano dei grandi navigatori. La terra del fado, della gente. Di castelli e cattedrali. Fior di penne e di parole sulla terra lusitana.
Limite, fine, inizio. Portogallo, un viaggio. Cabo da Roca è ormai alle spalle. Salsedine sulla pelle e il raggio verde impresso negli occhi. La strada si apre tra dolci colline e docili vallate fino a Batalha con le guglie grigie, quasi blu. Lirico rapimento architettonico del monastero di Santa Maria della Vittoria.
Re, navigatori, architetti e fatti d’armi. L’opera nasce da un ex-voto per l’indipendenza portoghese dagli spagnoli. Piana di Aljubarrota, 14 agosto 1385. Due eserciti contro. Massiccio quello di Juan I di Castiglia, assai inferiore quello lusitano. Sconfitta sicura. Devoto a Maria, João I d’Avis stringe un patto con la Vergine: in cambio del suo aiuto, un grande santuario a Lei dedicato.
Misteri della fede o abilità tattica del condottiero Nuno Àlvares. Di fatto, una gran vittoria che apre una nuova pagina della storia e sul volto artistico del Portogallo. Salvata l’indipendenza, per onorare il voto, João I si affida all’architetto Alfonso Domingues. Se arduo fu il compito del generale Àlvares, che dire di quello di Domingues.
Diversa la battaglia che trasforma le pietre in gioco di forza. Ardire e ingegno plasmano la pietra bianca di Porto da Mós, col tempo divenuta gialla. Dal 1388 al 1533. Un secolo e mezzo per costruire un’opera incompiuta. Gloria di tre re, João I, Alfonso V e Manuel I. Genio di tre architetti, Domingues, David Houet e Joao de Castilho.
Esitazione, stupore di fronte al Monastero di Santa Maria della Vittoria. Vistosi volumi dai decori abbaglianti della facciata da cui fanno capolino estrose figure. Parapetti, finestre, archi rampanti, tutti scolpiti. Immagine di pinnacoli, cuspidi, guglie, decorazioni e merletti di pietre dorate.
Pensi all’era dei grandi viaggi. Rivedi Cabo da Roca e i vascelli scivolare verso le coste africane, fino alle Indie, al Brasile. Per poi tornare dal curvo orizzonte d’acqua carichi di merci e di gente dalla pelle nera. Oro, schiavi e culture. Altri linguaggi. Anche quello artistico ben impresso nel monastero di Batalha.
E’ la fine del ‘400, è il regno di Dom Manuel I d’Aviz il Grande, artefice dell’espansione coloniale del Portogallo. In questo eccitato clima di conquiste e avventure si diffonde un bizzarro e decoratissimo stile architettonico, a metà tra il gotico e il rinascimentale. Non ha un nome. Così, il conquistatore di mezzo mondo prestò il suo, e quell’esuberanza estetica divenne lo “stile manuelino”, unico nel suo genere, inconfondibile e introvabile fuori i confini del Portogallo.
Un’arte legata alla vita marinaresca. Reti, conchiglie, perle, ancore, corde e funi. Ispirata alle nuove terre con fiori e frutti avvinghiati alla croce dei Cavalieri di Cristo o alla “M” di re Manuel. Grondanti riflessi di un grande momento storico portoghese.
Il sole accende d’ocra il portale d’ingresso del monastero di Batalha, completamente scolpito. Angeli, profeti e santi, ognuno sotto un baldacchino di pizzi in pietra. Settantotto statue, disposte in sei ordini per lato, apostoli che calpestano diavoli incatenati. Al centro la figura del Cristo, attorniato dai quattro evangelisti.
Gli occhi si abituano alla penombra della chiesa gotica. Sobria, suddivisa in tre navate che puntano il cielo. Alti pilastri, uno dietro l’altro. La luce filtra dalle vetrate giocando tra i mosaici e ciò che è statico appare dinamico. Lo sguardo scivola in alto, fino a 30 metri, là dove lo spazio s’incontra nel formare stelle d’arte.
Sotto la navata riposa il fondatore del monastero João I con la moglie Filippa di Lencaster. Sul sarcofago, i due sovrani si tengono per mano nella reciproca fedeltà al di là della morte. Le nicchie sui lati della stessa cappella ospitano le spoglie dei quattro figli.
Nell’intreccio di pietra traforata del Chiostro Reale, il più bello del mondo, è presente tutto il repertorio decorativo manuelino. Gigli, fiori di loto, foglie di alberi immaginari che evocano terre lontane. Ricchezza plastica e sontuosa scultura dei timpani poggiati su colonnette attorcigliate che non sostengono nulla. Scenografia che prevale sulla gravità gotica.
Altro stile nel Chiostro Alfonso V. Lo si deve a Fernando da Evora. C’è un sapore artigianale di chi è più incline a far cortili contadini anziché palazzi sontuosi. C’è umiltà spirituale nella misura del disegno. Antitesi dei virtuosismi del Chiostro Reale.
Stranezze del caso. Lo stile manuelino raggiunge la perfezione nelle “Cappelle imperfette”. Volute da Manuel I, le sette cappelle mortuarie sono incompiute. Non c’è copertura. Glorie di pietra che s’innalzano per sostenere il cielo. La luce accende i ricami. Nel silenzio della notte solo la volta di stelle e squarci di luna.
“Cade, non cade”. Dominio della gravità e della roccia di Alfondo Dominques, ideatore del progetto originario. Seduto sotto l’ampia volta senza sostegno centrale della Sala del Capitolo, restò fermo mentre curiosi e maestranze, nel timore che tutto crollasse, toglievano i puntelli in legno. Certo dell’esattezza dei propri calcoli, Domingues disse: “La volta non è caduta, la volta non cadrà”.
Senza la tecnica strategica del generale Àlvares “il Portogallo non esisterebbe”. Tantomeno il monastero di Batalha. I volti della vita. Da giovane condottiero a frate carmelitano. Dalle armi alla penitenza. Da eroe a San Nuno Àlvares Pereira. Canonizzato il 29 aprile 2009.






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