L’alba di Beirut diventa fuoco sulla Nazionale di Damasco. Primi cheekpoint siriani armati di kalashnikov. Il sole si distende sullo Chouf, la zona all’interno di Damour, roccaforte di Walid Jumblatt, leader dei Drusi e “voce unita dei libanesi”.
La strada s’arrampica con vigore sulla Catena del Libano seguendo il capriccio d’una natura d’infinita bellezza. Tra le pieghe dei monti le vigne s’aggrappano al minimo lembo di terra rapito da rocce bibliche.
Superato il colle Dahr el Baidar, s’intravede una vasta piana dominata dal monte Hermon dove nasce il fiume Giordano costeggiato dal Litani. Sulla via di Damasco, frutteti di mele col loro carico piegano gli alberi. Qui, quasi nessuno più le raccoglie.
Uliveti e fichi in gran parte abbandonati. Tra macchie agricole e piccoli villaggi, le prime carcasse di camion e il ripetersi di manifesti col volto di Khomeini e di Nasrallah, segnano la terra delle milizie hezbollah.
Altri camion chiusi. Pericoloso avvicinarsi. Potrebbero trasportare qualsiasi merce. Comprese armi Katiusce e missili a lunga gittata per le milizie che più giù, verso il sud del Libano, sono pronte a sparare sulla Galilea.
L’aria fresca dei monti svanisce nella ripida discesa verso l’arroventata valle della Bekaa, per gli antichi Romani il “grande magazzino d’oro del grano”. Sul fondo una macchia bianca, l’antica Heliopolis. Baalbeck una delle più grandi acropoli del mondo.
Siamo nel campo più remoto dal fronte, nel cuore motore degli estremisti sciiti e dell’influenza iraniana in Libano. Pattuglie israeliane sono arrivate fino alla “città del sole” e i missili di Hezbollah hanno colpito una località all’interno di Israele. La Siria è a un tiro di schioppo.
Dopo tanta polvere di rovine, è quasi un miraggio vedere la nitidezza ritagliata nella volta celeste dei templi romani. Sentinelle che sostengono il cielo turchino, le sei colonne di Giove Eliopolitano, collegate dal loro architrave, si stagliano austere contro i monti.
La tormentata cittadina col suo verde e ombroso cespuglio pare un’oasi che cinge la massa imponente delle celebri rovine. Una sorgente d’acqua sgorga a Ras el Aïn e le sue acque scorrono sulle rocce fino ai Templi.
Baal, Helios, Giove. Fenici, Greci e Romani hanno adorato il dio Sole, e Baalbeck è la colossale prova della fusione di antiche culture. Come una spugna, ha assorbito il meglio dalla Grecia e di Roma senza dimenticare la tradizione locale.
Colonne, capitelli, architravi. Rilievi scolpiti con effetti chiaroscuro in un magico gioco d’ombra e luce. Sobrietà greca, dovizia persiana e delicati particolari dell’arte orientale. Ciclopiche costruzioni, audaci scommesse dell’uomo.
Il Tempio di Venere, di Giove, di Mercurio e i Propilei. Enormi arcate costruite su massi colossali. Alte piattaforme che spingono l’acropoli verso il sole sfidando tempo, storia e cataclismi. Da Duemila anni.
Proprio sulla via di Damasco, al centro di rotte commerciali per l’Oriente, Giulio Cesare fondò a Baalbeck una colonia. Era già un luogo sacro, e i Romani innalzarono templi giganteschi tanto da far impallidire il Partendone di Atene.
L’Acropoli fu eretta su una piattaforma preesistente. Una terrazza costruita con monoliti ciclopici perfettamente squadrati. Tre macigni detti Trilithon, del peso di 800 tonnellate, misteriosamente sagomati, sono al centro di domande che non hanno ancora risposte.
Molte sono le leggende bibliche che si addensano su Baalbeck. Si dice che la città fu fondata da Caino e avrebbe ospitato i patriarchi prima del diluvio. Noè e Cam sarebbero sepolti poco lontano. Anche Abramo passò di qui durante la sua migrazione.
Sulle svettanti colonne sfuma il tramonto e il silenzio invade Baalbeck in una notte dal cuore d’ombra. Inquieti fantasmi del passato s’aggirano nell’acropoli. Anime in pianto schiaffeggiate e violentate dall’urgano furioso di nuovi tempi.





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