Più di una volta mi sono imbattuta sulla strada del lago, senza mai soffermarmi a riflettere sui suoi miti infermali. Lo guardavo con lo sguardo perso in chissà quali pensieri non preoccupandomi di capire il perché questo lago un tempo veniva considerato ingresso agli inferi.
Anche se, devo ammetterlo, mi piaceva pensare che quello che secondo la tradizione romana, più di quella greca, veniva considerato l’ingresso all’oltretomba e casa di Ade, fosse proprio dietro casa.
Il lago d’Averno ha forma ellittica ed è di origine vulcanica. L’acqua è raccolta all’interno di un antico cratere nato 4000 anni fa ed ha una profondità di circa 35 metri. Le acque cupe e la vegetazione che cresce attorno conferiscono alla zona un aspetto misterioso. Se aggiungiamo a questo la presenza della sibilla che veniva consultata con offerte sacrificali, capiamo il perché gli antichi lo consideravano ingresso agli inferi.
Il lago si trova nell’area dei Campi Flegrei, dal latino flègo che significa ardo. Tutta questa zona presenta, oggi come allora, vari fenomeni di natura vulcanica, in alcune zone sono presenti eruzioni di gas caldi dal sottosuolo, particolarmente suggestivi al mattino presto d’inverno, dall’odore di uovo marcio. Averno significa senza uccelli, a causa, appunto, di queste esalazioni di acido di carbonio e gas che non favorivano il passaggio di uccelli in quest’area.
La leggenda vuole che, dopo aver consultato la sibilla, bisognava, appena uscito dall’antro, scrivere in un pezzettino di carta il messaggio per i propri defunti con richieste di aiuto o fortuna, avvolgerlo in un sasso e gettarlo nel lago.
Il regno dei morti veniva anche chiamato Ade, dal nome del re e del dio, identificazione di questo posto con il suo dio e re. Secondo la mitologia, ai morti, bisognava mettere una moneta sotto la lingua, per colui che portava le anime attraverso l’Ade. Altri invece credevano che le monete fossero due ciascuna sopra ogni palpebra.
L’ ingresso all’Ade era sorvegliato da Cerbero, il cane a tre teste e con serpenti al posto dei peli, che aveva la funzione di impedire ai viventi di entrare e ai morti di uscire, una belva che nessuno, a parte Ercole, nelle sue dodici fatiche, fu mai in grado di domare.
Caronte era il traghettatore di oltretomba, colui che trasportava le anime dei defunti fino al fiume Acheronte. Le anime arrivavano all’Ade e come dice la Sibilla ad Enea nel poema di Virgilio, i morti che hanno ricevuto la sepoltura hanno il diritto di passare per primi, le anime di coloro che non sono stati seppelliti devono aspettare cento anni.
In seguito le anime venivano smistate in funzione della loro vita terrestre e stava a Minosse, re saggio di Creta, con Radamanto ed Eaco il compito di interrogarle e giudicarne i delitti e la vita.
La figura di Minosse come inquisitore supremo, non si ferma solo a Virgilio, Omero o alla mitologia greco – romana in generale, ma la ritroveremo poi, anni avvenire, nell’ inferno di Dante, cerchio II. L’Averno continua a stuzzicare l’interesse di chi sa guardare attraverso le sue acque oscure.





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