Yurta. Bosuy in kirghiso, kiiz-uy in kazako, gher in mongolo. Comunque la si chiami è sempre “lei”. Tipica tenda nomade asiatica, ovvero la casa di molti popoli che, ancora oggi, nonostante l’urbanizzazione del XX secolo, la abitano da generazioni. Da secoli.
E’ diffusa in Asia tra mongoli, kazaki e uzbeki ed è, per alcuni di loro, la sola abitazione che abbiano. L’unica. Sparse, un po’ a caso, nei prati e lungo strade poco battute, le yurte si ergono come giganteschi funghi emanando un forte e penetrante odore di montone.
Sono realizzate in feltro a più strati. Esternamente sono rivestite con il grasso della pecora, in modo da risultare impermeabili. Il feltro viene fatto scorrere attraverso una intelaiatura di legno, detta kerege, per renderle facilmente trasportabili. Leggere e maneggevoli, sembrano una sorta di guscio che si muove con le persone.
La parte interna è coperta da tappeti tessuti con fili di erba d’alto fusto chiamata chiy il cui scopo è di bloccare il vento e di renderle stabili al terreno. Le dimensioni variano a seconda delle famiglie che accolgono, ma di solito, stringendosi un po’, rannicchiando gambe e braccia, si riesce a far sedere un gran numero di asiatici.
Una volta entrati in una yurta, molto comoda per chi è abituato, si nota subito, al centro della tenda, il tyndyk, una colorata ruota che sorregge il tetto. Si compone di diverse strisce di tessuto di lana che pendono verso il basso e che assicurano le pareti e le asti della yurta.
Il tyndyk è piuttosto grande, non passa inosservato. Sembra, paradossalmente un imponente lampadario, senza candele o lampadine, di preziosi cristalli luminosi al centro di un salone d’epoca.
Ogni dettaglio della yurta è fatto in maniera da essere smontato e rimontato in tempi celeri. Ad un kirghiso o a un uzbeko bastano tre ore per l’allestimento, per cambiare luogo e dirigersi verso un’altra zona.
Con tutta la casa. Con tutto ciò che hanno. E ciò che hanno si sposta con loro. A dorso di cammello, di asino, a piedi. La vita dei nomadi asiatici è all’interno della yurta. Qui, mangiano, bevono, dormono, crescono, vivono. Piccoli commercianti, contadini, qualsiasi sia il lavoro che svolgono, il centro del mondo è nella yurta.
Attorno al tyndyk prendono spazio una serie di decori. Bei tessuti vivaci posti alle pareti, mentre sul pavimento sono adagiate trapunte, cuscini, borse di cammello o di cavallo, cofanetti di legno intagliati finemente. Insomma, abbellimenti semplici ma che, al tempo stesso, arricchiscono.
Naturalmente, come un po’ ovunque, più gli elementi della yurta sono ricercati e numerosi, più lo status sociale del proprietario è elevato. Elevato rispetto allo standard nomade. Per un viaggiatore desideroso di scoprire l’Asia più da vicino, è possibile trascorrere una notte nella yurta.
Gli uffici turistici locali lo permettono con una piccola spesa o, in alcuni casi, se capita la fortuna di conoscere qualche nomade, si può essere presentati alla sua famiglia e condividerne il pasto nella tenda.
In ogni caso, la notte in yurta è confortevole. Si dorme su piccoli materassi resi morbidi dalle coperte di lana. Il proprio spirito girovago si risveglia e non c’è sonno più pacifico di questo. La notte senza stelle, nel deserto, cala più scura che mai. Più scura che in qualsiasi altro posto e più silenziosa.
Sebbene in estate, durante il giorno, il deserto, la steppa, siano inclementi, di notte, nella yurta si apprezzano le calde coperte. Il sonno arriva dolcemente, senza pensieri, senza ansie. Libero e sereno come quello di un bambino.
Se soffia anche solo un timido vento, si può avvertire il rumore dei granelli di sabbia spazzati via, in lontananza.





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