C’è magia nel sari. Quasi per incanto sotto i suoi drappeggi armoniosi il corpo non si nasconde ma prende forma e il fascino delle donne indiane sboccia con affinate mosse dai sgargianti colori in seta o in cristallini e vaporosi cotoni. Più che un abito, il sari sottolinea il garbo, esalta la bellezza, evidenzia la grazia. Seducenti ed eleganti sia che lavorino nei campi o riparino le strade in una dura fatica senza tempo, sia che sorseggino il tè sulla veranda ombrosa di una villa.
Hermès si prepara alla danza e srotola il suo sari. È lungo 5,5 metri e largo 1,25. Lo indossa sulla sottogonna che scende fino alle caviglie e sul “choli”, corpetto a maniche corte lasciando scoperto l’addome d’ambra. Tono su tono, nuance su nuance.
Avvolge il lungo tessuto intorno alla vita dopo aver formato otto larghe pieghe e le fissa sul davanti, al centro. Gesti lenti e precisi. Un rito antico che ha nel sangue. Di generazione in generazione, di donna in donna. Fa passare la seta sul fianco sinistro poi sulla spalla destra fino a coprirsi la cascata d’ebano di lunghi capelli. Riservatezza e leggiadria.
Dolci gesti e raffinate movenze. Accordi vivi e accesi intarsiati da motivi geometrici. Verde, rosso, fucsia, arancione. Blu e oro. Ogni regione dell’India ha sari con nomi, disegni e trame diversi. “Ikat” del Gujarat, annebbiati fino alle punte fiammanti o i “patola” dai grandi disegni centrali.
In Orissa il “vichitrapuri” ha orditi di seta che s’intrecciano col cotone. Pesci, leoni, elefanti e fiori di loto disegnano tessuti in lode al sole del tempio di Konarak. Nell’Andhra Pradesh, l’abbondante uso di “tel”, olio, rende il filato lucente e prezioso.
Nella penombra delle capanne, accoccolati su stuoie di palma, corpi magri e lucidi di sudore battono i telai a mano con l’abilità dei maestri artigiani di un tempo. Si ispirano a farina di riso, alla polvere di quarzo, al luccichio delle stelle. Linee geometriche, astratte espressione di gioia di vivere, gusto del colore.
Ovunque signore in sari dai toni pastello a quelli sgargianti. Per esorcizzare la terra dura e secca del deserto del Tahar o mitigare il rigoglio della giungla. Esaltare le perle di schiuma del mare. Gonne rubate ai colori dell’arcobaleno con specchietti e perline.
Gioielli attorno al collo e ai fianchi, tintinnanti cavigliere ai piedi, fermagli e anelli al naso o pendagli sulla fronte e il volto arrossato dal “sidnur”. Le trovi lungo le rive dei fiumi, ai bordi dei laghi, nei mercati. Nelle grandi città come in sperduti villaggi, sui ghat a fare le abluzioni, nei templi o a spaccar sassi.
Donne protagoniste della grande festa del dio Brama a Pushkar. Vaporose e leggere di fronte al Tajmahal di Agra. Oro e argento delle danzatrici del “Kathak”nelle antiche dimore moghul. Rosso fiammante alla fonte, alle porte del nulla.
Donne del ventunesimo secolo. Contadine, studentesse, stradine, donne di Stato e donne di penna nell’immenso mosaico indiano. Da nord a sud, da est a ovest diversi colori di pelle, differenti culture. Stesso portamento nel conversare e nel contestare. Col sari.
L’India cambia e anche rapidamente. La società è in movimento e il destino un’incognita.
Mentre in Parlamento si discute ancora dei pari diritti della donna e crescono le associazioni femministe del Paese, in sperduti villaggi s’inneggia ancora a Rani Sati, la dea che simboleggia il sacrificio della vedova nella pira funebre del marito. Vietato dal 1829.
La donna è ancora “pati-vrata” (dedicata al marito). Miti e leggende indù hanno idealizzato la docile e sottomessa moglie indiana. Troppi deserti, troppe ferite, troppe violenze accumulate nei grandi spazi della vita.
Mi sono fermata sulle strade di polvere dove la povertà è fastosa, negli slum dove il sari dona luce su volti di fame. Sulla riva di mari e fiumi ad osservare i ritmi dei corpi snelli sotto veli d’acqua avvinghiati alla pelle ambrata. Nello scroscio d’un temporale, nella risata del veno che fa eco tra i capelli.
Ho visto donne sol sari e il destino incompiuto.





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