Volti diversi, simili espressioni, stesse mani. Piccole sporgenze callose e ruvide come il legno da scolpire, segmenti incisi sotto il palmo come la culla scarna di un ricamo che prende forma. Negli anni. Piccoli particolari addosso: un ago nel vestito, l’occhialino sporco di grasso lucido, farina d’albero sopra gli stivali ripiegati sotto uno sgabello. Eccoli, dentro le loro botteghe gli ultimi artigiani della vecchia Sicilia che si guarda indietro.
Testimoni di un’era scomparsa o maestri d’arte senza tempo? Fra le vie della Catania vecchia immagini dei tempi mobili si ritrovano a tu per tu nelle confusione della “Fera’ O Luni”, la vecchia fiera del Lunedì, oggi prolungata all’ intera settimana. Banconi affaticati dalla frutta , carretti con le ruote decorate ricoperti di pesce vivo e carne fresca, venditori che gridano in dialetto alla folla. Vestiti firmati a basso prezzo,“solo merce italiana”.
Dietro la scenografia, si accumulano gli scatoloni degli ingrossi made in China e le lanterne rosse coi dragoni d’ oriente che penzolano fra le saracinesche. Nessuna contraddizione: se il cliente compra, la cortesia vale anche la fiducia. Nessuna contraddizione: quello che conta è il risultato finale. La merce è un essere veloce. Si acquista. Si vende. Si consuma.
“Ho cominciato a fare questo lavoro da bambino. Prima come apprendista, poi in proprio fino ala pensione. Ed adesso che sono vecchio, vengo lo stesso in bottega per fare qualche piccolo lavoretto e non stare a casa con le mani in mano”. Il signor Pappalardo, professione calzolaio, non teme il tempo che passa. Da quasi settant’anni trascorre le giornate dietro il bancone del suo laboratorio, incollando tacchi e inchiodando suole consumate. Gli occhi rotondi come biglie si assottigliano dentro le rughe di una faccia felice. Oggetti semplici come compagni di lavoro, semplici abitudini ed una vita senza pretese oltre misura.
Poco più in là due uomini stanno cucendo in strada, curvi sopra un grande abito nero da cerimonia. “I nostri clienti commissionano soprattutto lavori particolari, impossibili da trovare in una normale boutique — racconta con tono orgoglioso il signor Randazzo, proprietario della sartoria –. Puntiamo su un prodotto di qualità, che duri a lungo e sia rifinito in ogni particolare”.
Per dimostrare cosa intende tira fuori un enorme giaccone gessato, commissionato da un signore di taglia extra large. “Nel nostro lavoro siamo un po’ artisti e un po’ operai. Il piacere sta nell’inventare con le proprie mani, lo sforzo nel realizzare gli abiti senza l’ aiuto delle macchine industriali. Spesso siamo costretti a sostenere ritmi estenuanti, ma alla fine ogni sacrificio viene ripagato dalla soddisfazione”.
Il mestiere dell’ artigiano non si sceglie pensando al guadagno. E’ passione che si sposa per una vita intera, pregnante. Esercitando un’ arde si impara ogni segreto delle piccole cose necessarie, atteggiamenti scontati diventano una necessità. Un giorno il signor Costantino prese una sedia rotta in mano e cominciò a sbatterci sopra un martello. Era nella bottega di suo padre, che gli strappò l’arnese e gli spiegò per bene come fare. Pochi mesi e divenne un artigiano. Quarant’ anni e imparò i segreti di tutti i tipi di vimine e paglia di Vienna.
“Non mi lamento. Il lavoro scarseggia ma non mi lamento di quello che ho. Al giorno d’ oggi sono in pochi a non buttare via uno sgabello quando si sfonda, mentre una volta tutte le famiglie del quartiere portavano qualcosa da riparare. Però adesso noi artigiani siamo rimasti in pochi, quindi la concorrenza è ridotta al minimo. In ogni caso non chiuderei mai il negozio. Non potrei mai stare dietro una scrivania. Il mio lavoro è la mia vocazione”.





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