Da qualsiasi delle piccole abitazioni si vede il mare (Baltico). Sui tetti, segnavento classici, coi pesci o navi vichinghe. Giardini curati e natura selvaggia poco distante. Tinte fredde. Dominano verde e blu. Qualche imbarcazione è ormeggiata al porto. Due cigni fanno incetta di alghe rossastre. Set naturale per ispirare artisti e pittori. Così è stato. E anche oggi la storia, poeticamente, si ripete.
Partito alla volta della contea più meridionale di Svezia, la Scania (Skåne), dopo una tappa nella città Helsingborg, proseguo sulla penisola del Kullen, vicino alla riserva naturale di Kullaberg ricca di piante rare, fino a fermarmi davanti al mare. In un piccolo villaggio di poche centinaia di abitanti. Arild.
Le prime notizie certificate risalgono al 1508 dove è menzionata la dichiarazione della Sacra Aruitz e una lettera papale del 1465. Arild sorse dall’insieme dei villaggi di Stubbarp e Flundarp, le cui prime abitazioni è probabile furono costruite durante il periodo di abbondante pesca nel Medioevo.
Per molto tempo ci abitarono quaranta famiglie. In principio ci furono anche le kaser, delle cale naturali dove lasciare le barche e impedire così al forte vento di avere la meglio. Una per ciascuna imbarcazione, e una per gli stranieri che cercavano protezione. In seguito venne realizzata la diga del porto.
La pesca è stata la linfa vitale del villaggio per secoli. Per un certo periodo ci furono anche un certo numero di attività di spedizioni mercantili e portuali. Gli edifici più antichi sono raggruppati vicino alla costa, ben protetti dal vento e dal tempo. Altre costruzioni dal 19° secolo in poi furono posizionate più a nord rispetto alle prime case.
Per le stradine non c’è nessuno. Steccati bianchi e tulipani accoglienti in qualche giardino. Boccioli bianco-violacei in fiore. Qualche scoglio emerso poco distante dalla riva. Una coppia d’anatre si fa trasportare dalla placida corrente. Un piccolo pozzo dietro un’abitazione rimanda a una notte davanti al caminetto. E una fiaba da conservare dentro di sé. Per credere in qualcosa di speciale.
Resto in contatto con l’orizzonte. La luce non accenna a diminuire. Non vedo una barca in movimento tra i punti cardinali. Dopo tutto questo tempo non ho più trovato un sentiero scosceso ideale per ripetere ad alta voce le piume portate da passerelle eoliche. Nella mia bagaglio a mano non c’è mai stato spazio per giudicare superflui i sogni. Da qui il mondo sembra in grado di fermarsi.
Arrivo fin dove posso arrivare. In questo istante mi accontenterei di un pezzo di legno e due remi, e proseguire. E ci metterò più tempo possibile per far ritorno. Poi ripartirò dalla possibilità di rimanere in contatto con qualcosa che non ho perduto per necessità. Le foglie primaverili hanno raggiunto l’eco di una distrazione orfana della lontananza. Nessuno saprà in che modo accompagnare i bisogni della vita. Voglio andare oltre.





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