“Uno di questi templi (un rivale per quello di Salomone, ed eretto da qualche antico Michelangelo) potrebbe avere un posto d’onore accanto ai nostri edifici più belli. È più grandioso di qualsiasi cosa ci abbiano lasciato i greci o i romani, e contrasta tristemente con la situazione selvaggia in cui versa ora la nazione”.
Una vetrina perfetta per quello che il Libro dei Guinness dei primati racconta essere il luogo religioso più vasto al mondo. Le parole estasiate sono quelle di Henri Mouhot, esploratore francese che proprio non riusciva a capacitarsi di come l’Angkor Wat fosse stato eretto dai Khmer e dal loro impero.
Allora doveva essere contemporaneo dei romani. Quanto di più sbagliato. Un abbaglio della sua immane stazza: di forma rettangolare il Tempio della Città misura dal lato lungo 1,5 chilometri, ben 1,3 sul lato corto e possiede un muro perimetrale che si estende per 3,6 chilometri complessivi.
Un simbolo di grandezza e orgoglio cucito addirittura sulla bandiera nazionale. Luogo nato per onorare Vishnu, passato a essere poi un luogo di culto per il Buddhismo Theravāda, oggi viene catalogato come un probabile mausoleo reale dell’antichità.
Questo perché a differenza dei templi indù l’ingresso è posizionato non a est, come tradizione vorrebbe, ma a ovest come invece è tipico dei templi funerari. Un luogo che ha in sé il dono di riassumere una cultura religiosa e architettonica con la sua struttura che ricorda la la montagna sacra delle divinità indù.
La “casa degli dei” qui è riproposta con le sue cinque torri, simboleggianti i cinque picchi del monte e con il suo grosso fossato difeso dall’imponente muro, metaforicamente l’inaccessibile oceano e la corona delle altre vette secondarie.
L’area interna alle mura, con i suoi considerevoli 820.000 metri quadrati, ospitava un tempo la città e il palazzo reale, oggi completamente cancellati e sostituiti dalla fitta foresta.
Ma sono i muri interni del tempio a raccontare la cultura e la religione di questi luoghi. L’archeologo Charles Higham definì questa serie di bassorilievi su larga scala “la più grande esposizione lineare di sculture in pietra mai conosciuta”.
Ci troviamo nella galleria più esterna, ovviamente anche lei imponente, con i suoi 187 metri sul lato corto e 215 sul lato lungo. Una raccolta di storie su muro che procedono dalla battaglia di Lanka alla battaglia di Kurukshetra, dalla processione di Suryavarman II (re dell’impero Khmer dal 1113 al 1150) alla raffigurazione dei trentasette paradisi e trentadue inferni della mitologia indù.
In un’altra galleria si narra la creazione del mare da parte degli dei e degli esseri celesti sotto la direzione di Vishnu. Esattamente novantuno divinità, tante quanti i giorni che dividono il solstizio d’inverno dall’equinozio di primavera e quest’ultimo dal solstizio d’estate.
Uno spettacolo assolutamente suggestivo. La Cambogia e il suo massimo orgoglio.





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