Ci sono pochi posti al mondo come Angkor. Le precisioni astrali delle piramidi d’Egitto, i fasti della Roma imperiale e il fascino di Macchu Picchu, si condensano ad Angkor che con loro condivide il ricordo di una civiltà fantastica e sofisticata, distrutta dal banale corso della storia.
Oggi Angkor è ovunque in Cambogia. È tra il rosso e il blu della bandiera, nel nome di centinaia di alberghi o di qualunque cosa abbia a che fare con il turismo. È nella birra che due grandi società concorrenti producono chiamandola l’uno “Angkor” e l’altro “Anchor” ed è in ogni cambogiano che pensa al passato e trova orgoglio solamente in quel tempo, quando l’impero Khmer si estendeva fino la Birmania e le donne più belle venivano inviate ad Angkor ad imparare la danza e la sensualità.
Intorno all’XI secolo in Cambogia splendeva un popolo che raggiunse l’apice della cultura, delle arti e dell’architettura, fece disboscare foreste intere per erigere i templi più belli che ogni Dio avesse mai visto, fino a costruire ciò che allora rappresentava la perfezione assoluta: l’Angkor Wat.
D’un tratto però questa fantastica civiltà scomparve, venne dimenticata. Le città e i templi furono abbandonati nel mistero e in poche generazioni nessuno più ricordava niente del glorioso passato. Non c’erano documenti o leggende che portassero con se quella memoria e piano piano la natura si è impadronita di quei luoghi nascondendoli agli occhi del mondo fino a poco più di un secolo fa.
Quello che apparve davanti l’esploratore che per primo vide nuovamente Angkor era uno spettacolo magnifico. Al di la della giungla vi era un mondo ancora segreto di cui nessuno aveva mai parlato, dove i volti scolpiti nelle 49 torri di pietra del Bayon per secoli non avevano avuto nessuno a cui sorridere.
Intorno furono ritrovati decine di templi sommersi da una vegetazione florida e potente che oggi in molti di essi ancora domina e risplende. L’emozione di allora era il nuovo, la consapevolezza che gli occhi stavano vedendo qualcosa di unico e dimenticato e nonostante oggi sia molto difficile trovarsi soli ad Angkor, quando ciò accade bastano pochi minuti per sentirsi coinvolti dallo stupore e la magia di che quell’uomo deve aver provato.
Quando la luce del tramonto illumina la roccia e l’Angkor Wat si rispecchia nel fossato circostante si è felici di sapere che nella storia l’uomo è stato capace di tanto ed è impossibile non rimanerne sedotti. Anche il sole che per secoli, ogni giorno, ha continuato a cadere dietro questi templi credo sia orgoglioso di illuminare le torri di Angkor, nonostante per tanto tempo non ci sia stato nessuno a goderne.





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