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Andalusia, terra silenziosamente loquace

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Ercole divise il sud d’Europa dal nord del continente africano, stabilì i limiti del mondo e come testimonianza fece costruire due colonne: Monte Hacho, il capo di Ceuta sulla costa africana e Calpe, il capo di Gibilterra, punta estrema della penisola iberica.

Sin dall’epoca in cui storia e leggenda si confondono, l’Andalusia, la regione più grande della Spagna, ha conquistato i cuori di famosi scrittori come Gautier, Béquer e García Lorca e pittori come Murillo, Velázquez, Zurbarán e Picasso, affascinati da questa terra ricca di contrasti e passioni.

Musulmana, cristiana, gitana, l’Andalusia ha molte anime. Per molto tempo ha esercitato un’attrazione irresistibile verso i suoi vicini, a partire dagli arabi che le diedero il nome di Al-Andalus, Terra della Luce, e che vi rimasero per otto secoli fino al 1492. L’impronta della dominazione araba in Andalusia è indelebile ed è una chiave di lettura essenziale per conoscerla.

Prima di un atterraggio, l’emozione di sorvolare questa regione. Le incredibili sfumature di colore che possiede la terra rapiscono lo sguardo: zolle rosse, nere, bianche sotto filari interminabili d’ulivi. Non si riesce a vedere alcuna striscia di terra incolta per quanto ci si sforzi. In lontananza si scorgono le cime aspre e rocciose della Sierra Nevada ma se si volta la testa di 180 gradi si intravedono la costa e il mare.

La capitale della comunità autonoma, Siviglia, scalda il cuore e gratifica la vista con i profumi degli aranceti piantati ai lati delle strade, nelle aiuole, nei parchi e nei curatissimi patios delle case andaluse, con l’allegro chiacchiericcio proveniente dalle bodegas e dai bar de tapas, con la tradizionale cromatura delle abitazioni del centro, bianco, ocra e rossastro, e con l’immancabile musica flamenca che risuona nelle taverne e nelle strade.

Siviglia è anche la città dell’Expo del 1992, un evento che ha donato alla capitale un cuore moderno e innovatore. Con ponti futuristici, degni di un architetto del calibro di Calatrava si raggiunge l’altra sponda del fiume Guadalquivir entrando in uno spazio definito da costruzioni avvenieristiche che oggi ospitano aziende di respiro internazionale operanti nel campo delle innovazioni e della ricerca scientifica.

Che dire di Cordova? Dalle rovine della cattedrale, gli emiri arabi che la dominavano fecero innalzare un’immensa moschea, ricca di colonne e di volte intrecciate ad archi, come omaggio alla città che tra l’VIII e l’XI secolo ha conosciuto una notevole fioritura in campo artistico, scientifico e letterario tanto da diventare capitale del Califfato d’Occidente.

Nemmeno Carlo V, re cristiano, volle demolire una così straordinaria costruzione e per il culto dei nuovi vincitori la cattedrale cristiana la fece costruire all’interno. Arte mudejar, arte barocca. Arte musulmana e arte cristiana. Così un monumento come la Mezquita può assurgere a simbolo di questa città in un’armonica sintesi dei due mondi.

Impossibile non rileggere le pagine di storia quando si visita una città andalusa. I secoli passati hanno gettato le fondamenta di quei monumenti storici che oggi è possibile ammirare in tutta la loro grazia e imponenza, commentandoli con voce sommessa e rispettosa perchè tra quelle mura si celano storie, desideri, passioni, culture e credenze antichissime.

Ne è un altro esempio Granada con la sua Alhambra, l’ultima roccaforte musulmana, ideata e costruita per diventare, agli occhi degli arabi, abituati alla scarsità d’acqua, un vero paradiso terrestre, ricco di cortili, giardini e zampilli d’acqua, armoniosamente disposti, su un altura dove si domina un paesaggio mozzafiato. “Dagli un’elemosina, donna, perché nella vita non c’è pena più grande che essere cieco a Granada” recitano i versi del poeta Francisco Icaza, incisi nel portone di ingresso.

Pagine e pagine non possono esaurire quanto dell’Andalusia merita di essere visto e raccontato. Malaga, Cadice, Jerez de la Frontera, Almeria, Jaén e le altre “città bianche” con i loro patios, nascosti dietro cancelli in ferro battuto finemente lavorato.

Il mito leggendario dell’opera mozartiana di Don Juan o il fascino ammaliatore di Carmen, nata dalla sceneggiatura teatrale di Bizet nel 1881 e oggi viva nell’immaginario collettivo come incarnazione della donna andalusa.

La forza che ancora esercita lo spettacolo della tauromachia e la disciplina dei matadores dettata dalla scuola di Ronda, piccola perla nelle vicinanze di Malaga incastonata su un dirupo e culla di un rito antichissimo.

La passione della danza, il duende e la filosofia flamenca. La spiritualità della Settimana Santa, la celebre festa religiosa che proprio a Siviglia ha la sua manifestazione più autentica e sacra.

Tradizionalisti, fieri conservatori di millenarie tradizioni, gli andalusi riescono nel contempo ad essere anche aperti davanti alle nuove scommesse tecnologiche e sociali. Più storica o più moderna? Più religiosa o più profana? Più araba o più europea? Il contrasto è evidente, è qualcosa che ti rimane dentro, sai che è parte di quella terra e della sua gente.

In un libro, in una rivista o in un articolo non si può raccontare tutto quello che Andalusia è stata, è, e rappresenta. Solo un viaggio può essere la giusta strada per comprendere e apprezzare appieno questa terra, così bruciata dal sole, calda, fiera e silenziosamente loquace.

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LIBRI

La fine è il mio inizio

"La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani - Longanesi, 2006

Focus Viator – Fifteen safety matches

"Focus Viator – Fifteen safety matches" di Lorenzo Mazzoni - LA Case, 2011



1 commento a “Andalusia, terra silenziosamente loquace”

  • laayla alle ore 1:52 am scrive:

    è veramente bellissimo questo tuo post, visiterò per la prima volta l’andalusia tra due settimane, già sono molto emozionata di andare in una terra così piena di storia ma dopo aver letto il tuo articolo sto bruciando dentro dall’impazienza. complimenti. ciao Layla

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