Le sei del mattino sul canale Prinsengracht, all’angolo di Leidsestraat. Siedi sul ponticello e respiri l’alba sotto un cielo lattiginoso solcato da nuvole sfilacciate. Attendi di veder passare mercanti, contadini e mendicanti. Ultimi fantasmi della notte.
Aspetti l’Olanda del Seicento, l’Amsterdam del chiaroscuro, del giallo, del rosso. Atmosfere fantastiche che ti sbalzano in epoche lontane. E vuoi sentirti dentro quel mondo fatto di lampi violenti che accecano ombre profonde e vellutate.
Li hai visti tante volte sui quadri, al Rijksmuseum. Hals, Van Ruisdael, Vermeer, Brugghen, Van Ostade, Rembrandt. Vorresti fissare la luce di quei dipinti. Col tempo di uno sguardo, d’una sorpresa divorata dall’attimo in cui le ciglia battono.
Sei passata dai vicoli stretti mentre il sole disegnava triangoli di poesia. Nel Vecchio quartiere ebraico al numero 4 di Jodebreestraat, la casa di Rembrandt. Hai visto gli schizzi che faceva durante le passeggiate nelle piazzette, tra i canali di Amsterdam.
Rembrandt Harmenszoon van Rijn, figli0 adottivo della città. Una casa, una vita, una città. Troppo per le sue possibilità. Lasciò la casa pochi anni prima della sua morte, nel 1669, condannato dall’ottusità borghese dei suoi concittadini a morir di fame “fra i fantasmi sublimi della sua pittura”.
Oggi è il Museum het Rembrandthuis, e si raggiunge passando sul Blauwbrug (ponte blu) in direzione dell’Opera. Hai visto il suo studio ai piani superiori dell’edificio. Una stanza inondata di luce, un luogo ideale per lavorare. Forse qui Rembrandt ha dipinto la “Ronda di Notte”.
Incisore e pittore, scelse di vivere ad Amsterdam non appena il suo genio uscì alla luce. Sfarzosa età d’oro del Seicento quando la città fu regina del commercio internazionale e punto di approdo di fiamminghi in crisi, ugonotti e separatisti che qui accumularono la loro ricchezza.
C’erano anche ricchi mercanti e armatori il cui vanto e opulenza era frutto di spezie, sete e schiavi. Proprio quei vistosi, arroganti, grassi, grossi “signori” che abilmente il figlio di un mugnaio di Leida ha immortalato sulle sue tele.
Testardo e ostinato. Intrattabile per geni e dolori quell’artista dagli occhi spiritati catturò in Occidente i colori d’Oriente. Stoffe e velluti d’oro, arredi presi alla mercantile ricchezza della città. Disegnò uomini gordi, all’interno di case ingorde dai colori brillanti e dai riflessi dorati.
Traboccante vitalità pittorica di Amsterdam. Città bizzarra su palafitte, un centinaio di isole separate da 156 canali e collegata da 1300 ponti. Forse sarebbe rimasto un piccolo borgo di pescatori se a partire dal XV secolo non fossero arrivare le comunità di ebrei fuggiti dalla Spagna.
Esuli e braccati hanno sempre trovato rifugio nei canali. Simbolo della convivenza tra la città e l’acqua. Un anfiteatro di corsi d’acqua. Oltre 2500 case sbocciano ogni mattina coi colori dell’alba. Si aprono come fiori in cerca del sole. Alte e strette. Tre, cinque piani con le facciate in stile barocco, rinascimentale, classico.
Tra i canali, tracciati all’inizio del ’600, i palazzi più belli costruiti proprio da rifugiati, artigiani e commercianti. Da una piccola porta a nord dello Spui, entri nel Beghijhof, il luogo più celebrato della Amsterdam medievale. Nel cuore cittadino, una vera oasi di pace.
Ben nascosto tra la Kalverstraat e il Nieuwezijds Voorburgwal, c’è il più bel cortile (hofje) di Amsterdam. Una scenografia teatrale che Rembrandt ha immortalato con luci e ombre rendendo bene l’atmosfera del tempo.
Bella, trasgressiva, provocatrice. Aggraziata nei decori e nei colori degli edifici, orgoglio e patrimonio nazionale. “A’dam”, così la chiamano i cittadini, unisce il disordinato fascino metropolitano degli anni Sessanta e Novanta all’atmosfera pastello di un borgo seicentesco.
Dam, il cuore di Amsterdam , la grande piazza dall’atmosfera cosmopolita, incorniciata da una scogliera di palazzi. Gente di ogni colore, religione e cultura. Il primo nucleo della città è sorto qui, protetto da una barriera artificiale che lo separava dal mare. Il resto lo si deve al genio e al gusto olandese.
Stretto tra i canali Rozengracht, Prinsengrach e Broowerrsgrach, dove le case portano nomi di fiori, c’è il quartiere Jordaan. Nasce all’inizio del ‘600 e conserva nel nome il ricordo della parola francese “jardin”. La mancanza di spazio costringe le case ad addossarsi, modellarsi, incurvarsi, sfruttando ingegnosamente ogni angolo, in un variopinto disordine.
Un museo a cielo aperto. Il volto magico di una città che fioriva mentre guerre e carestie flagellavano l’Europa. Case decorate, costruzioni neoclassiche, ex magazzini fluviali dove le porte sfiorano i soffitti. Scontri di trasparenze e opacità, oscurità e luce, colori caldi e freddi. Sbocchi sull’anima e sui pennelli dei fiamminghi, abili paladini di attimi infiniti.
Tu aspetti appollaiata sul ponticello. Hai volutamente escluso il viavai della gente, del traffico, dei tram. Hai nascosto le auto che offuscano gli scorci sui canali. Le piazze affollate. I cafè colmi di turisti. Hai spiato dalle finestre senza tende, dalle vetrine. Hai cercato l’opaco istante in cui la luce assedia l’ombra e la rende limpida.
Stavi pensando a “Rembrandt. J’accuse”, al regista Greenaway, al mistero celato nella “Ronda di notte”. Hai perso l’attimo con un battito di ciglia. Cercando Rembrandt.






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