Lo Shabono o Iahì, il Culto dei Morti e le Visite. I tre grandi segreti degli Yanomami. Qui, al confine tra Brasile e Venezuela, sono entrata nello Shabono. Trenta giorni con gli Yanoama (come dicono loro), cogliendo aspetti della vita, osservandoli, prendendo appunti, giocando coi bambini. Conquistata dai sorrisi delle donne e dall’orgoglio degli uomini.
Fulcro della vita quotidiana, lo Shabono è lo spazio dove nasce il villaggio: un’enorme capanna simile ad un cono tronco che ricorda la bocca di un vulcano. Ospita dai 30 ai 70 indios. Lo Shabono non ha pareti, solo un tetto inclinato per fermare il vento e deviare la pioggia, sotto il quale sono appese le amache.
All’interno dello Shabono si compie il rito dell’iniziazione. “il gesto e la parola sono il pensiero dell’uomo”, e colui che fa e sa di più è il capo e lo shapore (sciamano). Eccelle nella mediazione tra mondo naturale e soprannaturale.
E’ lui che si incarica di inalare l’epena o yopo dell’acacia nelle narici dell’iniziato: un violento soffio lungo una canna di bambù della sostanza allucinogena che sconquassa il giovane maschio.
Sconvolto da tosse, muco e vomito, cade in trance mentre lo shamano gli conferisce il potere di vincere i venti e le acque, di cacciare gli animali selvatici imitandone i gesti e la voce. Sotto l’influsso dell’epena si invocano gli hecura, spiriti buoni delle tenebre dov’è la conoscenza, e nel mondo della luce dov’è la saggezza.
Protetti dalla cupola profonda della foresta, dove il “progresso” non ha ancora stuprato la natura, gli indios corteggiano la loro esistenza coltivando antichi riti come quello dei “morti”.
Il rito funerario può apparire impressionante. Il corpo del defunto viene incenerito alla presenza di tutti. Le ossa vengono deposte in un recipiente (cabala), ridotte in polvere mescolate a pappa di banane.
I parenti più stretti bevono la pappa: così l’anima del morto trova pace e il corpo sepoltura. Chi beve questa pappa diventa “spirito Yanomama”. Gridando ad una sorta di endocannibalismo, il governo brasiliano ha fatto di tutto per cancellare questo rito affogandolo nel sangue e trovando un forte alibi per impossessarsi della foresta amazzonica.
Yanomami può tradursi con “gente che visita”. E’ il terzo segreto per capire questi indios.
Farsi visita è un vero rito. Attraverso questi scambi cortesi vengono stabilite relazioni, combinati matrimoni, stipulate alleanze. Ma soprattutto si scambiano regali.
Gli uomini si dipingono il corpo, preparano ornamenti di piume, si esercitano in prove di abilità. Le donne preparano focacce che serviranno durante il viaggio nella foresta. Ma tutto questo, oggi, nel 2001, è impossibile vederlo. Forse sono stata tra gli ultimi “occidentali” a viverlo davvero. E non nelle riserve.
I waiteri, guerrieri yanomami probabilmente non esistono più. Ma le visite o avvertimenti in caso di guerre tra i vari gruppi erano ciò che di più onesto è mai esistito tra avversari. Usavano avvisare il nemico prima dell’attacco e il nemico ringraziava per l’avvertimento.
Il villaggio non veniva mai attaccato, la battaglia si svolgeva sempre in territorio neutrale. Donne e bambini restavano in disparte e mai toccati. Le varie tribù erano spesso in guerra tra loro ma ciò significava alleanza e forza.
Era un popolo guerriero. Oggi gli Yanomami devono affrontare una lotta più dura e umiliante: quella per la sopravvivenza. I bianchi portano malattie, l’alcol annebbia la memoria e uccide l’orgoglio. Intanto il governo espropria le terre con leggi fantasma.
Ecocidio e genocidio. Mentre collezioniamo record industriali perdiamo un quinto delle foreste tropicali e decine di migliaia di indios. La loro è una guerra silenziosa, una lotta impari. Per il mondo è un’ennesima vergogna.





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Tu scrivi che il governo espropria le loro terre?
E’ esattamente il contrario perché la terra indigena Yanomami è grande come il POrtogallo (94000 chilometri quadrati) per sole 7000 persone.
Quello che è strano è perchè le terre indigene sono così grandi (in totale 1 milione di KM quadrati), dove NESSUNO può entrare….