Sono le dieci del mattino a Bujumbura. Il coprifuoco è terminato. Il sole, a volte battente come il maglio di un ramaio, non riesce a farsi largo tra le nuvole. Nell’aria si respira il profumo della terra rossa ysi y umugina, resa così dalle termiti presenti nel terreno.
Le strade della capitale brulicano di persone che trasportano ogni genere di mercanzia. La maggior parte di loro si reca nelle campagne o si arrampica sulle colline di Bujumbura Rural. Le strade, almeno quelle asfaltate, sono ripulite da alcune vedove di guerra per le quali il governo si è adoperato concedendo loro un rimborso.
Da una abitazione esce Pierre, militare della polizia nazionale incaricato dal governo di posizionarsi in uno dei tanti posti di blocco. Pierre è un cattolico praticante, anche se per lui come per molti altri, quello dell’essere cristiano è un semplice status sociale, un costume radicato nel tempo fin dalla penetrazione dei padri bianchi in Burundi alla fine del XIX secolo.
Purtroppo riceve una paga misera e così per arrotondare il suo stipendio, di notte si infila in qualche abitazione rubando ciò che c’è da rubare. Gran parte del merito va al suo mitra, in grado di spaventare chiunque. E’ una prassi molto diffusa da queste parti.
La madre di Pierre si è da poco risposata, ma nel rispetto della tradizione burundese, non può portare figli maschi con sé nel nuovo matrimonio ma soltanto figlie femmine. Pierre è riuscito a trovare lavoro ma suo fratello continua a vivere per strada e sniffare benzina.
La guerra, durata 13 anni, dal 1993 al 2006, ha generato non solo una grande miseria ma anche una forte promiscuità all’interno delle famiglie. Molte ragazze, in tempo di guerra, venivano affittate per 3-4 mesi a truppe di soldati; quelle rimaste incinte venivano poi rifiutate dalla società.
Per i bambini il destino non era migliore, costretti a subire ogni genere di violenza da parte dei genitori spesso ubriachi. Tutto ciò è accaduto ed accade ancora oggi. Inoltre oggigiorno l’efferatezza della società si riversa soprattutto sui disabili.
Sono i pescatori, i primi a violentare ragazze vergini e disabili per evitare di contrarre il virus dell’Aids, altamente diffuso in questo Paese insieme alla tubercolosi e alla malaria.
Un altro Pierre che di cognome fa Nkurunziza, e di mestiere il Presidente della Repubblica Democratica del Burundi, sta cercando di ristabilire la pace nel Paese. L’impresa non è delle più semplici visto che alla fine il governo è composto da ex ribelli incluso lo stesso Presidente.
La democrazia è ancora lontana visto che il FORSC (Forum por la Renforcement de la Société Civile) ha denunciato sulle pagine di uno dei principali quotidiani del Burundi, la completa assenza di strutture di controllo sui partiti politici che escogitano qualsiasi mezzo per vincere le elezioni, arrivando a commettere diversi crimini politici che non trovano colpevoli e che restano impuniti.
L’inflazione e la miseria fanno del Burundi uno degli Stati più poveri dell’Africa. Basti pensare che un maestro di scuola percepisce sulle 20 euro al mese e un muratore meno di due euro al giorno.
E’ nelle strade o nei fatiscenti mercati che si può leggere il senso di consapevolezza della propria condizione di miseria. E’ la povertà di milioni di persone che fa da contrasto all’élite politica al potere che gode di tanta ricchezza e che domina gli indigenti.
E’ il prezzo da pagare affinché una classe possa prevalere su un’altra, affinché l’intera società basata sul rapporto dominante-dominato possa sopravvivere nel tempo.





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Bell’articolo. Da ciò si evince il degrado e la dissolutezza di un sistema politico basato esclusivamente sulla tirannia di un singolo, benché egli, sia stato prescelto. E’ sconcertante ma nello nello stesso tempo interessante, essere a conoscenza di cotanto disagio fra un popolo e la sua classe politica.
Luca Giannantonio