Danza bianca sotto le stelle, ormai invisibili e abbandonate da un pezzo. Il mare ha ceduto il testimone. Quando sono a metà strada, con la neve sotto i piedi e le vette a distanza di tangibile ooooh, non ho bisogno d’immaginare renne che escano improvvise dai boschi. Posso sospendere la scrittura di una lettera ancora un po’ assonnata. Niente più finestrini. Il mio respiro visibile vola alto verso irraggiungibili nuvole in quota.
Partito da Belluno con il Dolomitibus, il tragitto (un’ora abbondante) è tutto un zigzagare. Dei ragazzi seduti dietro a me scherzano entusiasti in febbrile attesa di lanciarsi sulle piste con sci e snowboard. Guardo l’orologio, e penso di essere arrivato alla mia fermata. Il tempo di chiedere informazione e subito vengo ammonito. “Alleghe la riconosci dal lago”.
Mi rilasso ancora qualche minuto, poi qualcosa irrompe nel mio quadro visivo. Sulla sinistra c’è un ampio spazio pianeggiante bianco. Possibile che sia un campo? Forse no. Possibile che sia lui? Eh, già! E’ il lago. Parzialmente ghiacciato e ricoperto di neve. Il mezzo si ferma. Faccio finalmente la conoscenza di madame Allleghe, che mi dà il benvenuto in un delicato abito candido nella sua dimora, la parte nord-orientale della Vallata Agordina circondata dal Massiccio del Civetta (3220 m).
Il primo ricordo storico della città veneta risale a quasi mille anni fa. Nel 1185. Una bolla papale del Pontefice Lucio III (Lucca, 1097 – Verona, 1185) attestava il dominio del Vescovo di Belluno sulla Cappella di Alleghe. Alcuni secoli dopo, l’11 gennaio 1771, l’evento che ne ha cambiò per sempre la sua storia.
Dal Monte Piz (Alpi di Siusi) si staccò una gigantesca frana che travolse il villaggio di Riete, seppellendo l’abitato di Marin e in parte Fusine, e uccidendo 49 persone. L’enorme quantità di materiale, ostruendo il corso del torrente Cordevole (il maggior affluente del fiume Piave), diede origine al lago.
Mi rimpinzo di maglione, sciarpa, guanti e giacca vento e mi precipito subito lì, dimenticando per un attimo che le strade “potrebbero” essere ghiacciate. Pur avendo robuste scarpe da trekking, rischio di saggiare, oltre al panorama, anche il ghiaccio (e non solo quello) del lago, scivolandoci quasi dentro (e insieme a me, anche il mio fedele laptop) e così ricevendo una doverosa occhiata locale d’ammonizione.
La vista è fantastica. Costeggio lo specchio lacustre per un lungo tratto, incappando anche nei cartelli che proibiscono di entrarci qualora si trovi in stato “solido”. Chissà cosa si nasconde lì sotto. Magari una Nessie locale. Il tempo è poco ma mi riprometto di tornarci al ritorno della mia escursione. Possibilmente con una luce pomeridiana, spero più facile da addomesticare dall’obbiettivo fotografico. Gironzolo un po’ per la città, senza meta, prima di partire alla volta dei Piani di Pezzè (1465 m), in cabinovia, e di lì in seggiovia verso i Col dei Baldi (1914 m.).
La temperatura segna meno nove gradi sotto zero. Vago così. Fra le casette, alcune con un legno che oserei definire narratore, e altre con staccionate color equino chiaro. Una coppia di sci d’epoca appesi sulla parete di una casa mi fanno sentire un po’ alpino. Uno scambio di informazioni con il gentile personale dell’Ufficio Turistico locale e ho tutto quello che mi serve. Cammino fino a trovare un panificio (dentro cui faccio un’inevitabile piccola e calda sosta) e le tipiche fontane di montagna. In questa, oltre a qualche piccola stalattite di ghiaccio, c’è addirittura il bicchiere attaccato.
Seguo l’indicazione, e il ronzio da cavo di funivia conquista il mio udito. Si sale ragazzi/e… (continua).





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E noi aspetteremo qui placidi, in attesa di salire con te…
…grazie. L’attesa di una settimana sarà ricompensata da foto immacolate e parole che vi faranno essere lì