Mentre il sole tramonta alle mie spalle e le ombre risalgono lente lungo gli anfratti della vallata, mi chiedo cosa avesse in mente Madre Natura mentre plasmava la regione della Cappadocia, in Turchia. È un paesaggio lunare quello che vedo davanti ai miei occhi, dove rocce bucherellate si alternano, per uno spazio infinito, a pinnacoli sormontati da buffi cappelli. Sono i camini delle fate.
Secondo la leggenda, sono state entità magiche a installare su quelle torri di tufo, che sbucano solitarie dalla terra, i massi di basalto. Tuttavia, i camini e le alture scolpite, altro non sono che il risultato della sedimentazione di ceneri e lapilli eruttati dai vulcani Hasan Dagi e Ercyas Dagi, su cui la lava è solidificata, formando la cupola di colore più scuro. Il successivo intervento di agenti erosivi come acqua e vento ha completato l’opera, trasformando l’aspetto di questo altipiano dell’Anatolia Centrale.
Ma non voglio che la fredda spiegazione geologico-scientifica influisca sulla magia che pervade questa terra. La Cappadocia sembra uscita dalla penna di uno scrittore fantasy o dall’estro di Antoni Gaudì: una distesa di guglie pietrose simili a guerrieri giganti. Una regione all’apparenza inaccessibile all’uomo, rivelatasi invece ottimo rifugio. Il tufo di cui sono composte le rocce della zona ha permesso ad eremiti e anacoreti prima, comunità poi, di ricavare tra le suggestive pareti dell’altipiano il proprio domicilio.
Nel corso del VI secolo la zona si è trasformata in un immenso universo rupestre, sia sopra che sotto il livello del mare. Lo sviluppo verticale delle abitazioni è stato seguito in parallelo da quello di un affascinante mondo sotterraneo: città sommerse sono nate come risorsa per sfuggire a frequenti saccheggi. Dotati di pozzi di aerazione, questi bunker antelitteram disponevano di dormitori, depositi di grano, cucine. Per chi non soffre di claustrofobia, è ancora possibile visitare il villaggio sotterraneo di Derinkuyu.
Ma non sono solo camini delle fate o città dall’aspetto marziano l’attrazione principale della Cappadocia. Basta percorrere le pareti di tufo per scoprire cappelle intagliate nella roccia, decorate da stupendi affreschi di epoca bizantina. L’occultamento dei luoghi di devozione fu la necessaria risposta alla ferocia degli sfregi alle pitture parietali, perpetuati nel periodo iconoclasta. Secondo gli studiosi, sono più di seicento le “Chiese oscure” disseminate per la regione.
Per vedere quelle più belle mi sposto nella valle di Göreme, all’interno del suo Parco Nazionale: visito la Chiesa di Elmali, quella Yilanli, così chiamata per i suoi affreschi di dannati avvolti nelle spire di serpenti. A poca distanza dal gruppo centrale ecco la Chiesa della Fibbia, su cui sono dipinte scene tratte dal Nuovo Testamento. Per un istante mi sento osservata. Alzando istintiva lo sguardo sopra di me, in questa terra dove sacro e profano giocano a nascondino tra le rocce, la vedo: una fata dalle ali immense mi sorride benevola.





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