Il mercato rincorre i gusti del popolo. Questa non è proprio una novità.
Quindi, se da noi l’etichetta “equo, solidale e sostenibile” è sinonimo di una nuova moda che potrebbe portare nelle casse del commerciante molti soldi, in altre parti del mondo sono altre le etichette che attirano clienti.
Siamo a Dubai City, Emirati Arabi Uniti e l’evento viene chiamato Vivere halal. In poche parole, tra grattacieli e centri commerciali la sfarzosa città s’appresta a dare il via alla fiera dei prodotti “hallal”, cioè quei prodotti che rispettano la legge dell’Islam.
E i petrodollari fioccheranno come non mai si prevede. Spiega Lesley Fair del Dubai International Financial Center, promotore dell’iniziativa: “Ci saranno famosi chef dell’area che dimostreranno come cucinare secondo i precetti religiosi, avremo un concorso di moda per giovani stilisti che rielaboreranno modelli occidentali secondo criteri halal, per esempio applicando maniche lunghe ad abiti che altrimenti sarebbero poco pudichi”.
Il cibo fa gola e non solo metaforicamente a questa nascente industria macina soldi. Pensare al numero dei musulmani nel mondo e farsi quattro conti in tasca significa immaginare profitti assolutamente faraonici.
Il campo alimentare non sarà infatti da meno ci spiega Luca Gorlero, un italiano che dirige una società di commercio via Internet che fa capo alla famiglia regnante: “Già oggi non un solo agnello che esce dall’Australia già macellato è privo del suo certificato halal, e oltre al cibo ci sono molti settori dove una vasta clientela chiede prodotti halal: dalle medicine, dove bisogna ad esempio avere la certificazione che le pillole non siano confezionate con gelatine animali d’origine sconosciuta, ai rossetti, che devono rispettare anch’essi i precetti che si applicano agli alimenti”.
Le banche stanno creando offerte che non prevedano interessi (proibiti dal Corano) e mettono in piedi sharia board, cioè consigli d’amministrazione che rispettino i principi religiosi. Le catene d’alberghi privi di servizi alcolici sono le prossime creazioni.
Insomma, da queste parti la fede si sposa con l’economia diventando tendenza. Forse è il caso di dire “non c’è più religione”.




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