Un’isola alla foce del fiume Senegal, legata alla terra ferma da un ponte firmato dal famoso architetto francese Eiffel, lontana dal caos della caotica Dakar, erede di una pagina di storia che ha fatto vergognare il mondo colonizzatore, compagna di un’arte che da decine di anni mescola i suoni graffianti dei sax soprani ai tasti delicati dei pianoforti a coda, i ritmi vorticosi dei contrabbassi ai segreti bassi dei djembè: il jazz.
Forse sarà la somiglianza alla famosissima cittadina del Missouri, forse le sue radici aristocratiche, forse il suo spirito ribelle a trattenere in quel calice di legno una vena di musica jazz che non nasce in questa terra ma che ormai vive di vita propria su quest’isola. Il sole rosso dell’africa sbava lentamente mentre scende e si nasconde dietro un Baubab in lontananza, colora di arancio le lapidi ancorate nel terreno di un cimitero musulmano, colora le mie foto di rosa per poi lasciare tutto nell’oscurità più vera.
Aspetto la mia guida sdraiato sulla spiaggia, sono ancora lontano dal mercato ma a tratti il vento mi serve l’odore acre del pesce lasciato ad essiccare su grossi tavoloni di legno. Un bambino a pochi metri da me con i piedi a mollo nell’acqua sta trascinando con una corda una piroga in miniatura dai colori vivaci, personalizzata con la stessa cura di quelle particolari imbarcazioni con cui i pescatori fronteggiano l’oceano ogni mattina. E’ il simbolo di una radice che li lega a quel fiume e a quella forza di sfidare il mare per non perdere quel filo di speranza che anni addietro li ha aiutati a mettere fine alla tratta degli schiavi e che ora tira con se quella voglia di superare quel gap economico che li tiene lontani dal resto del mondo.
Convinto del fatto che il mio autista avrebbe ancora ritardato, mi rimetto in cammino e attraverso con una certa apprensione il quartiere dei pescatori per poi ritornare dall’altra parte del fiume dove il clima torna ad essere disteso, più per una suggestione personale che per un reale grado di pericolosità. Ne approfitto a passeggiare nel dedalo di viuzze nel cuore di Saint Louis, gustandomi qualche costruzione dell’800 lasciata dai Francesi in epoca coloniale, senza avere la pressione degli artigiani delle botteghe del mercato che attratti dal mio viso da turista mi assalivano di giorno.
La mia curiosità non toglie l’ossigeno alla mia vena critica con la quale di solito osservo e analizzo il mondo che mi passa davanti agli occhi. Quante costruzioni, quanti luoghi, quante vie lasciate nel degrado, come se il problema non coinvolga i suoi legittimi proprietari, come se la soluzione possa arrivare da qualche altra parte, come se quella terra ancora non gli appartenga fino in fondo.
Arrivo alla mia penzioncina, tra i canti del corano che sovrastano e invadono ogni angolo della città. Mi addormento per un attimo cullato da quel suono quasi ipnotico delle giaculatorie. Il fiume è calmo, posso addirittura camminarci su senza bagnarmi i sandali, seguo una fila di pellicani che sembrano essere completamente padroni della loro rotta.
Muovono il collo affondandolo nell’acqua come un gioco di tuffi sincronizzati e si distendono occupando un rettangolo di acqua con la naturalezza di un movimento spontaneo. Riconosco questo paesaggio, dal numero elevato di specie di uccelli che si concentrano lungo i fianchi del fiume Senegal, ritagliato nel Parco Nazionale di Djoudj dove il Sahara si ritira e la savana si addossa, proprio al confine con la Mauritania. Non mi domando il perchè mi trovo improvvisamente lì ma l’idea non mi dispiace e continuo il mio vagare tra i ricordi e i rumori di una natura selvaggia e coloratissima.
E sono proprio i rumori della natura, a dettare il tempo di una musica che arriva da molto lontano ma che parla di Africa e scorre nelle vene dei senegalesi. A fine maggio a Saint Louis si terrà la diociottesima edizione del festival di musica jazz, ospitarà grandi nomi del panorama internazionale ma soprattutto chi ha dato voce a quelle radici comuni che il jazz ha saputo tradurre in musica. Certo in Senegal ogni prodotto importato deve ricevere la sua buona dose di contaminazione e così gli assoli di basso lasciano spazio agli assoli di batteria senegalese e le vibranti evoluzioni dei pianoforti sono accompagnate dal ballo tribale dei piedi nudi sulla sabbia.
Non c’è identità senza contaminazione e quale genere meglio del jazz può raccontarcelo.






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