Alti, maestosi, sfregiati.
A guardali da qui, i Buddha di Bamiyan sono ancora più imponenti nella loro bellezza ferita dall’odio dei talebani.
Era il 2001 quando l’allora regime, che imperava in Afghanistan, cercò di distruggerli con un carico di dinamite.
Quelle statue erano, per il mullah Omar e i suoi accoliti, idolatre e contrarie alla dottrina islamica: dovevano essere abbattute.
L’esplosione risuonò nella valle di Bamiyan e la sua eco devastante attraversò l’Oriente sino a raggiungere ogni angolo del Mondo.
Nonostante le immagini dei due Bhudda siano state danneggiate profondamente, i loro profili sono ancora delineati nella nicchia che li ospita.
Il primo è alto 38 metri e sembra sia stato costruito 1800 anni fa. Il secondo è più imponente: raggiunge i 53 metri di altezza ed è stato realizzato intorno al 500.
I corpi delle statue furono scavati nella montagna. I dettagli, invece, furono modellati con del fango misto a paglia e poi ricoperti con lo stucco.
La copertura, andata persa nei secoli a causa delle condizioni atmosferiche, era dipinta per valorizzare le espressioni del viso, le mani e le pieghe delle vesti.
Entrambe le statue sono la massima espressione della cosiddetta arte del Gandhara, e rappresentano il Bhudda quale asse dell’Universo ed entità incommensurabile.
Nel 2003 furono inserite, come tutta la zona circostante, nella lista dei Patrimoni mondiali dell’Umanità dell’Unesco.
L’organizzazione dell’Onu si è impegnata a ricostruirle. Anche se sino ad ora i lavori hanno riguardato per lo più la stabilizzazione delle nicchie.
Riportarle al loro antico splendore è un sogno che richiede tempo e denaro, mentre la Nazione afghana ha bisogno di generi di prima necessità per riconquistare il futuro.




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