Approssimativamente venticinquenne, minuta, alta appena un metro e sette centimetri, peso corporeo tra i 29 e i 45 chili, forse onnivora. Non c’è che dire, un’esile fanciulla vissuta oltre tre milioni di anni fa. E’ Lucy. L’australopithecus afarensis più famoso al mondo.
Negli anni Settanta lo scheletro di Lucy fu rinvenuto nella regione Afar, in Etiopia, Corno d’Africa, da una squadra di archeologi coordinata da Donald Johanson. I resti ritrovati erano quelli del corpo di un australopithecus, ovvero una creatura dalle sembianze scimmiesche, un probabile antenato dell’uomo.
Oggi Lucy, che deve il suo nome ad una canzone dei Beatles “Lucy in the sky with diamonds”, si trova in una teca trasparente nel Museo Nazionale di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, uno dei più importanti dell’Africa sub-sahariana.
Il Museo è una vecchia struttura, dall’aspetto un po’ decadente, un retaggio del passato coloniale al cui interno si trova una bella quanto piccola mostra di paleontologia nel seminterrato. E qui, proprio in questo seminterrato è esposta Lucy. Uno spazio un po’ modesto per un essere che ha sfidato l’incedere dei millenni giungendo fino ai giorni nostri.
Queste sale sotterranee ospitano una fila di teschi e ossa, in buono stato di conservazione e, naturalmente la star del Museo. Lucy. Distesa nella sua nuova bara di vetro trasparente orizzontale, illuminata da tenui faretti pare – secondo gli studiosi – che morì sulle sponde di una palude, forse di stanchezza e di sfinimento per chissà quale motivo. Il suo corpo, che i predatori risparmiarono, è rimasto sommerso dal fango fino a fossilizzarsi.
Tale scoperta è una finestra sul passato, sulla storia dell’umanità, sull’evoluzione temporale della nostra razza e una visita alla “giovane” ominide, trovandosi ad Addis Abeba, è dovuta.
Proseguendo, si ammirano testimonianze del periodo pre-aksumita e aksumita, salomonico e di Gondar, storica cittadina africana adorna di castelli medievali. Molti i dipinti, come pure gli oggetti di artigianato, sontuosi accessori, un imponente trono in legno intarsiato dell’imperatore Hailé Selassié, trafugato dall’Italia durante il colonialismo e poi restituito qualche anno fa, antiche pergamene, utensili, abiti, gioielli.
Un modo, in breve, per comprendere la storia, almeno in parte, di questo straordinario Paese di cui poco si conosce, fatta eccezione per la profonda e radicata miseria che lo contraddistingue tristemente.




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