Stai risalendo la strada che costeggia il corso d’acqua all’esterno del centro storico, nel barrio della Rochapea. Vedi Pamplona lassù, appoggiata su di un colle, racchiusa dalle enormi mura romane. Un assembramento umano bellissimo, particolare. Sei stupito. La luce sottile del pomeriggio ombreggia le costruzioni.
Decidi di non prendere il modernissimo ascensore che ti porterebbe dritto nel cuore di Iruña, il nome basco della capitale della Navarra. Costeggi la collina, segui la rotazione morbida della strada che ti porta subito in uno dei luoghi simbolo della città.
Dopo la curva, poco più avanti, c’è l’encierro, il recinto dove i tori che correranno per le strade vengono chiusi poche ore prima della partenza. L’avevi visto da casa, sembrava molto più grande. La solita distorsione verso l’irreale dell’occhio della telecamera.
La strada continua a salire con una pendenza forte. Durante la corsa, in quei primi metri che i tori percorrono da soli, ci sono allevatori esperti che tengono compatti gli animali. Poco più avanti si trovano i primi temerari che iniziano i loro brevi tratti di corsa cercando poi di buttarsi oltre le balaustre laterali per non essere calpestati, o peggio incornati.
Sempre nel primo tratto dopo l’encierro c’è la teca del santo nero, San Fermin. Qui gli abitanti della città la mattina del 7 luglio vengono a chiedere la benedizione cantando una canzone tradizionale poco prima che la vera fiesta cominci.
L’inizio ufficiale si ha quando dal balcone del municipio viene scagliato in aria il chupinazo, il razzo la cui miccia è innescata dal sindaco di Pamplona. All’esplosione le strade gremite di gente si riempiono di un movimento gioioso e incontrollabile.
Si danza, ci si bacia e abbraccia, si beve: le regole comuni per questa settimana saranno sostituite da quelle della festa più famosa di Spagna.
«La fiesta era proprio cominciata. Sarebbe durata, giorno e notte, per una settimana. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta» così scrisse in Fiesta Ernest Hemingway, uno degli autori più legati a questa città.
«Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze. Sembrava fuori luogo pensare alle conseguenze durante la fiesta. Per tutta la sua durata avevi la sensazione, anche nei momenti di silenzio, di dover sempre urlare per farti udire. Era la stessa sensazione che provi durante un combattimento. Era una fiesta, e durò sette giorni».
Prosegui per quella via che come un serpente si inoltra nel ventre cittadino. Un ventre che si apre in corrispondenza della piazza del palazzo comunale. Poco più avanti, circa una decina di anni fa, morì l’ultima vittima della corsa dei tori.
Un ragazzo americano che per non essere calpestato dagli animali cercò di rialzarsi da terra e rimase trafitto. Senza sapere che per salvarsi, nel caso di cadute, bisogna rimanere raggomitolati a terra. I tori salteranno l’ostacolo.
Il percorso di più di un chilometro termina alla Plaza de Toros, l’arena dove avviene la corrida per sette volte in sette giorni durante San Fermin. Fuori la statua di bronzo dedicata a Hemingway luccica sotto il sole di luglio. Fra poche ora la sfida temeraria e sacra tra uomini e tori avrà inizio, di nuovo.





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