C’è il turismo tradizionale. C’è quello responsabile. E c’è quello solidale. Non la solidarietà di professione di missionari e operatori umanitari (i cosiddetti espatriati o “expats”), ma quella che con un neologismo è stata definita “volontourism”, che cerca cioè di coniugare il turismo al volontariato.
Si tratta di turisti insoddisfatti dei “soliti viaggi” (e sono sempre di più), che decidono di impegnare le proprie ferie per lavorare sul campo con delle ONG.
Un turismo che non si traduce in consumo del paese, che non si limita all’incontro e alla conoscenza, ma sa trasformarsi in esperienza di vita, contaminazione con la realtà del luogo e interazione con la gente che lì vive.
Perché fermarsi in uno stesso luogo consente relazioni umane meno superficiali ed occasionali rispetto a chi transita seguendo un itinerario.
Difficile chiamarle vacanze. E certo la motivazione principale non è più neppure il viaggio, che diventa stanziale e strumentale a uno scopo diverso: cambiare il mondo in meglio. Poca cosa, obietterà qualcuno, visto che si tratta in genere di soggiorni brevi; ma sono presenze comunque inserite all’interno di progetti di più lunga durata.
E poi di sicuro è un modo di viaggiare che cambia chi lo pratica, permettendogli di vivere un’esperienza diversa in regioni fuori dalle rotte del turismo tradizionale e anche di quello d’avventura, a contatto con l’ambiente naturale e umano del paese.
Spesso si tratta di paesi con conflitti interni, logisticamente difficili o devastati da recenti cataclismi naturali, luoghi dove la quotidianità assomiglia molto a quella che per noi è l’eccezionalità di un’area dopo un terremoto. Altre volte si tratta di aiutare nella tutela di aree naturali vergini e culture tradizionali minacciate.
Servono disponibilità, socievolezza, spirito d’adattamento e forse soprattutto ascolto. Perché anche quella che a noi, in base ai nostri parametri, può non sembrare vita, per altri lo è. Se vogliamo essere di qualche aiuto dobbiamo rinunciare alla nostra visione, o meglio alla nostra presunzione occidentale, fatta di senso pratico ed efficienza ed entrare invece in un mondo dove oltre e forse più che il raggiungimento del risultato, hanno importanza simboli, valori e relazioni.
Due libri per riflettere: “Pappagalli Verdi”, di Gino Strada, Feltrinelli 1999, che non ha bisogno di presentazione. E i racconti profondamente vissuti di una donna impegnata sul fronte della difesa dei minori in Africa e Asia: Olivia Molteni Piro, “Non spaventarti Federico”, Infinito Edizioni 2009.


Africa occidentale. Terra tinta di rosso dove sopravvivono, da secoli, usanze tribali che scandiscono la vita del popolo nilotico. L’emorata, ovvero la circoncisione dei guerrieri.

Nel cosiddetto continente nero donne e bambini lavorano dai primi anni di vita fino ai loro ultimi giorni. Fanciulle e anziane trasportano chili di legna sulle spalle dall’alba al tramonto.

In Africa, terra ancestrale, vivono ancora oggi usanze tribali che, a noi, appaiono estreme e cruente. In Etiopia le giovani diventano adulte solo dopo la flagellazione del proprio corpo.
Cara Anna, questo articolo spero sensibilizzi i lettori ad interpretare il viaggio non solo come un passaggio ma come la possibilità di lasciare una traccia indelebile nei luoghi dove andiamo. Sto sistemando le ultime cose nello zaino prima di partire per l’Africa, il 99% delle cose che mi sto portando sono medicinali, tutine per bambini, matite e altre mille cose che servono al villaggio di Mboro sur mer. Ho messo sù una onlus solo per avere un’identità ben definita ma lo spirito è quello di vivere l’Africa con tutte le sue contraddizioni, bellezze, limiti, necessità per lasciare una traccia di umanità nel nostro vagare. Serve a condividere parte delle nostre fortune con loro e fare il pieno dello loro semplicità, immediatezza e profondità, che solo chi non ha la possibilità di riempirti la tavola di mille pietanze sa dare.
Progetto Senegal Onlus
Grazie Stefano per la tua testimonianza. E soprattutto per il tuo impegno, che certo vale più delle mie parole.