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S come Sognare

“Non si va da nessuna parte senza prima aver sognato un luogo, e viceversa, senza viaggiare, prima o poi finiscono tutti i sogni o si resta bloccati per sempre nello stesso sogno”, scrive il regista Wim Wenders. Da sempre il viaggio si nutre di sogni che nascono dalla magia di un nome, dalle suggestioni di immagini, letture e racconti. Se non ci fosse quell’alone di leggenda ed esotismo che circonda l’altrove, sarebbero certo molti meno coloro che sono disposti a investire tempo e denaro, a correre rischi e ad affaticarsi per dire “io ci sono stato”.

Globalizzazione e turismo diffuso stanno però cambiando anche il nostro immaginario. Ormai sono le occasioni e le offerte speciali, non i sogni, a spingere al viaggio. La formula del “last minute” non dà il tempo ai sogni per nascere e crescere. Il business del turismo invece li alimenta, ma solo per trasformarli in qualcosa di artificiale, una sorta di immaginario globalizzato già confezionato in un pacchetto tutto compreso dove “l’ignoto” che andremo a incontrare è descritto in dettaglio.

Dobbiamo allora smettere di sognare? Rinunciare al sogno, equivale a uccidere il viaggio, perché l’attesa ne è parte essenziale. Ma anche rimanerne prigionieri significa alimentare illusioni e aspettative che si tradurranno in probabili delusioni. Di nuovo e come sempre, la risposta è nelle parole di un poeta. E’ sufficiente rileggere “Le Voyage”. Baudelaire prima invita al racconto e al sogno: “Strabilianti viaggiatori… / fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele, / i vostri ricordi incorniciati d’orizzonti. / Diteci, che avete visto?”.

Poi rivela che l’altrove raccontato è un inganno, che la scoperta è un’illusione e partire o restare è indifferente: “Dai viaggi che amara conoscenza si ricava! / Il mondo monotono e meschino ci mostra, / ieri e oggi, domani e sempre, l’immagine nostra: / un’oasi d’orrore in un deserto di noia! / Partire? restare? Se puoi restare, resta; / parti, se devi.”

Pure, il sogno è necessario per andare avanti e per non perdersi. E anche una certa dose di utopia aiuta a reagire a un’esistenza dove gli ideali non sembrano più avere spazio. Non sbagliano coloro che ogni tanto scelgono di mettersi alle spalle i problemi della quotidianità e di partire. Con consapevolezza, certo. Prima chiudendo gli occhi per sognare, poi riaprendoli per viaggiare e per confrontare i sogni con la realtà di un mondo spesso diverso da quello immaginato. E anche da come vorremmo che fosse. Perché, come scrive Saramago, l’isola sconosciuta, l’isola felice esiste, ma solo nella nostra mente, “è un luogo mobile che appare e scompare sulla carta della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi”. Bello poterci approdare, senza però rimanerne prigionieri.

Il viaggio è una valigia vuota: alla partenza la riempiamo di sogni, idee e desideri, poi durante il viaggio dobbiamo abbandonare aspettative e certezze per far posto agli spunti, agli incontri e alle immagini che la strada ci offre. Accettando il mondo per come è, senza autosuggestioni e finzioni, anche quando tradisce i nostri sogni.

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LIBRI

Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

"Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini" di Fabrizio Gatti - Bur, 2007

La fine è il mio inizio

"La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani - Longanesi, 2006



1 commento a “S come Sognare”

  • Carlo alle ore 5:20 pm scrive:

    sì, non pretendere che il mondo sia diverso per rispondere alle nostre attese,
    ma senza rinunciare a quel po’ di utopia e a quel tanto di sogno che ci permette di volare alto…

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