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Parole Nomadi di Anna Maspero

20.11.2009

R come Ritorno 2

Ci sono due tipi di viaggiatori, quelli che si affezionano a dei paesi o a dei paesaggi e lì tendono a ritornare, come se l’Africa, l’Oriente o il deserto fossero una seconda casa o una seconda pelle e quelli alla ricerca di destinazioni sempre nuove. I primi preferiscono riassaporare emozioni e ritrovare il piacere di geografie familiari, i secondi cercare sempre l’eccitazione della prima volta.

Ulisse, che del viaggiatore è l’archetipo, certo apparteneva a quest’ultimo tipo, tanto da trasformare anche il ritorno a casa in un lungo errare nell’ignoto. Così come la dimensione della scoperta è stata nei secoli la molla che ha spinto tanti esploratori a giocarsi la vita. Ancora oggi, benché il mondo sia stato ampiamente mappato e raccontato, la curiosità per il nuovo rimane per molti di noi appassionati, parte integrante del piacere del viaggio. Sperimentare qualcosa per la prima volta è sempre una grande emozione, perché quello sguardo è unico e irripetibile. Come lo è il primo bacio o la prima volta che i nostri occhi accarezzano la morbida superficie delle dune o i nostri sensi si immergono nell’umido della selva.
Rimane però il dubbio che questa continua ricerca di mete sempre diverse e di spunti originali sia in fondo una sorta di collezionismo di luoghi, anch’esso parte di quella spinta al consumo che caratterizza la nostra società.

Un utile esercizio adatto ai viaggiatori bulimici e a quelli che in viaggio sono frustrati e delusi se il nuovo giorno non offre anche una qualche novità, è quello di praticare l’arte del ritorno. Non del ritorno a casa, ma nei luoghi già visti o lungo sentieri già percorsi.
Scrive Saramago: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quello che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.”

Il primo consiglio è di riflettere sull’antica massima di Eraclito, secondo cui non è possibile scendere due volte nello stesso fiume. Il ritorno è sempre in un luogo diverso da quello custodito nel ricordo, perché la percezione del reale muta in base a molte variabili, dal nostro stato d’animo, alla velocità del nostro passaggio, ai compagni di viaggio, alle condizioni ambientali. Ma soprattutto su quello spazio e su di noi ha agito la variabile del tempo: il luogo è probabilmente cambiato e anche i nostri occhi sono diversi e forse più riluttanti allo stupore.

Il rischio del ritorno in luoghi conosciuti è la delusione per non ritrovare più gli stessi paesaggi e le stesse persone, spesso mitizzati nel ricordo. Necessario allora, come per qualsiasi viaggio, ma ancor di più quando si ritorna in un luogo, spogliarsi dalle aspettative.

Diversi libri raccontano i ritorni in paesi dove l’autore aveva vissuto anni prima. Penso a “Segreto Tibet” di Maraini, inevitabilmente nostalgico, ma forse soprattutto a “Un indovino mi disse”, dove Terzani trova nuovi stimoli e nuovi spunti nel ripercorrere le strade di quelle città che l’hanno visto per anni inviato speciale. Se non è possibile, e non lo è, inseguire le emozioni della prima volta, cerchiamone altre, che non siano solo il frutto un po’ acerbo della novità. Altrimenti qualsiasi viaggio, anche quello in paesi sconosciuti, diviene inevitabilmente “déjà vu”, perché i deserti e le montagne e il mare e gli animali e sempre di più anche le persone, alla fine si assomigliano.

Un consiglio di lettura: Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, TEA

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