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Parole Nomadi di Anna Maspero

R come Raccontare

Da sempre il viaggio tende a trasformarsi in racconto: all’inizio furono i resoconti fantasiosi e stupiti dei grandi viaggi di scoperta, le descrizioni accurate delle esplorazioni geografiche, le epistole e i diari del Grand Tour, poi romanzi, saggi e reportages, cui si aggiungono oggi le molte opportunità offerte dalla rete.

Si racconta un viaggio per riordinare impressioni e pensieri, per capire meglio, per distillare un senso dall’esperienza vissuta e per condividerla. Ma anche per sottrarre incontri, paesaggi ed emozioni alla precarietà del ricordo e “tenere in memoria” ciò che a distanza di tempo potrebbe sembrare solo un sogno. E alla fine solo quel che è scritto – o fotografato o disegnato, comunque raccontato – ci sembrerà essere realmente accaduto. Perché solo ciò che ha un nome esiste (e solo ciò che è dimenticato muore davvero).

E’ proprio per questo, per tenere in vita la terra, che nel walkabout gli aborigeni australiani ripercorrono cantando i sentieri degli antenati creatori. E’ la magia della parola, la forza creatrice del verbo. Parola poi capace di farsi nuovamente immagine nella mente del lettore e nello sguardo del viaggiatore che seguirà quelle tracce d’inchiostro.

Comunicazione multimediale, informazioni in tempo reale e foto satellitari hanno però tolto spazio alla scoperta e al racconto. Viaggiare e scrivere, attività un tempo elitarie, sono oggi uno status symbol a larga diffusione. E il Terzani-pensiero secondo cui i libri sono come i figli, e bisogna almeno essere in cinta per decidere di farli, non è tenuto in debito conto da molti scrittori o aspiranti tali. Se è sempre più difficile muoversi senza fare viaggi fotocopia, lo è anche raccontare senza rischiare di ripetere il già detto.

La scrittura di viaggio, come anche la fotografia, devono essere ripensate per trovare nuove modalità di rappresentazione che non si limitino a una semplice descrizione “oggettiva” di una realtà inevitabilmente déjà vu. Senza però nemmeno indulgere in un’eccessiva autoreferenzialità, peccato comune a molti libri di viaggio, visto che l’abbinata scrittore-viaggiatore è a grande rischio di snobismo. E non tutti hanno l’impagabile humour inglese di autori come Waugh, Chatwin e Osborne, capaci di farsi perdonare qualsiasi eccesso.

Altra diffusa tentazione del raccontare è quella di tradire il viaggio, enfatizzandone alcuni aspetti, fingendo un passato che non esiste più, trasformando le persone in caricature, le culture in esotismo, i paesaggi in bozzetti. Se poi scrittura e viaggio diventano mestiere, rischiano di perdere molta della loro capacità di trasferire nelle pagine la fascinazione del mondo. Non basta come per altri generi letterari una fervida immaginazione o una trama appassionante. E anche letture e riflessione sono condizioni necessarie ma non sufficienti, come è invece il caso per la saggistica. Kapuscinski parlava di “letteratura a piedi”.

Ed è proprio lì, nei piedi (intesi come movimento e come immersione dentro i luoghi) la natura e il fascino del viaggio e della scrittura che cerca di raccontarlo. E’ nella polvere che si appiccica ai capelli, nel fango che si attacca alle scarpe, nei profumi la sera dopo la pioggia, negli odori di un mercato, nella luce incerta dell’alba o in quella radente del tramonto, negli scambi di sguardi, di gesti e di frammenti di parole straniere. Per assurdo il miglior complimento per un libro di viaggio potrebbe essere proprio “è scritto con i piedi”!

Certe volte da lettori proviamo un senso di inadeguatezza verso gli “scrittori”. Invece abbiamo un grande potere. Quello di scelta. Impariamo ad esercitarlo, seguendo il consiglio di un altro scrittore, Alfredo Antonaros, secondo cui ai libri e ai viaggi “non si dovrebbe regalare il proprio tempo. Glie lo si dà in prestito col pieno diritto di esigere un tasso da strozzini”.


1 commento a “R come Raccontare”

  • angela barlotti alle ore 8:14 pm scrive:

    Lo stomaco bolle come fosse una pentola, al pensiero delle ultime due ore trascorse. Il ragazzo, figlio, pilota di aerei ma poco abituato al traffico delle auto in città, ha fatto gimkane per portarla in giro come fosse un barattolo ben sigillato, dal quale nulla può fuggire. Invece lei, la mamma, ha nausea e senso di soffocamento al petto, sballottata a destra e a sinistra, avanti e indietro, con accompagnamento di imprecazioni contro tutti quelli che provavano ad invadere l’asfalto, che dovrebbe essere di tutti. Ansia per scegliere la chiave internet, ansia per comprenderne il funzionamento, ansia per il contratto… ma i giovani non riposano mai? E soprattutto perché si arrabbiano con le vecchie madri, ormai dolci e rassegnate a figli così diversi, che pure hanno accettati?
    Sono io quella mamma, ed io ho un cassetto pieno di bei ragazzi, per ora chiuso a chiave, ma coi quali, nella vita prox, nella quale rinascerò Marylin Monroe, mi fidanzerò e vivrò con serenità e allegria, liberando i figli dal mio ‘peso’.

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