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Parole Nomadi di Anna Maspero

P come Povertà

I paesi più poveri sono la destinazione privilegiata di molti dei nostri viaggi. Qualcuno ci va attratto dal minor costo della vita per potersi concedere qualche lusso altrimenti fuori budget. Altri sono mossi dal desiderio di trovare il sole in inverno o di lasciarsi alle spalle per un paio di settimane stress e città congestionate. In entrambi i casi si tratta di persone motivate soprattutto dal desiderio di relax o dall’immersione nella natura e probabilmente opteranno per l’esclusività di un villaggio turistico o le bellezze di parchi e isole lontano dalla folla.

Altri viaggiatori partono spinti da un genuino interesse per l’ambiente umano e le culture locali, anzi, per molti è proprio questa la motivazione principale. Ma costoro sono anche i più esposti al rischio di una delusione, perché è sempre più difficile cogliere quella diversità e quella genuinità che cercano. Anche se il concetto di autentico riferito a una cultura merita un’analisi più approfondita, è innegabile che i paesi poveri, bersagliati dai nostri canali televisivi, rincorrano il nostro modello di sviluppo e ne imitino spesso gli aspetti più deteriori.

Se la globalizzazione è ormai, a torto e a ragione, un capro espiatorio buono per ogni occasione, non è però la sola colpevole. Siamo vittime anche di stereotipi e false aspettative reciproci. In barba ai nostri tentativi di non comportarci da turisti, è così che siamo percepiti dai locali: turisti e ricchi. D’altra parte è difficile dar loro torto: non rinunciamo mai alle nostre sicurezze, siamo sempre forniti di beni altrove scarsi (tipo carte di credito, apparecchiature e medicine, quando non anche il cibo di scorta) e per una notte in hotel, anche di medio livello, spendiamo una somma con cui loro sopravvivrebbero un mese. Anzi, hanno ragione, perché secondo le statistiche apparteniamo al 4% privilegiato della popolazione mondiale che ha un lavoro, guadagna più di due dollari al giorno, sa leggere, gode di un trattamento previdenziale adeguato e di fondamentali libertà politiche. Cose per noi scontate, ma non per il rimanente 96% di mondo.

Noi a nostra volta siamo nutriti dagli stereotipi di un immaginario turistico che spaccia come vero un mondo che non c’è, o non più. Certe volte ci assale la sensazione che l’unica diversità sia una povertà più diffusa. Inevitabile incontrarla durante i nostri viaggi nel sud del mondo. La peggiore si concentra dentro il tessuto stesso delle città o appena ai suoi margini, in quegli slums in crescita incontrollata e rapidissima a causa della tendenza mondiale all’inurbamento e dei tanti profughi di guerre e carestie. E’ una miseria senza speranza che all’assenza dei beni primari assomma un degrado ambientale devastante e la distruzione di quei legami familiari che da sempre in questi paesi fanno la differenza fra vita e morte. Se però il nostro viaggio si trasforma in un safari nella miseria, diventa una sorta di voyeurismo dove i soggetti più comuni sono quei bambini randagi che ti seguono con insistenza mormorando come un ritornello le loro richieste affamate. La reazione può essere di compassione, impotenza e senso di colpa, altre volte di irritazione e alla fine in genere di assuefazione.

La soluzione non è rinunciare a viaggiare, anche perché il turismo, se è responsabile e non predatorio, è un’importante strumento di sviluppo per i paesi poveri. Ma visto che le nostre foto probabilmente non concorreranno per il World Press Photo, forse sarebbe meglio cercare di evitare le zone più misere, che dovrebbero essere l’obiettivo delle ONG più che delle nostre ferie. Se siamo interessati alle persone, meglio cercare di vivere da spettatori quali siamo la quotidianità della gente che si incontra al mercato, per strada, al ristorantino o grazie alla mediazione di una guida locale. Come mi ha ricordato un amico indiano, nonché guida turistica, “la povertà non è romantica”.

LIBRI

Le vie dei Mercati

"Le vie dei Mercati" di Aa.Vv. - La Bottega del Caffè Letterario, 2009



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