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Parole Nomadi di Anna Maspero

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P come Perchè no

Un’amica un giorno mi ha scritto le parole di vecchio contadino suo amico: “Viaggia chi non sta bene a casa propria, chi non ha casa viaggia per trovarsela, viaggia chi non ha soldi e chi ne ha troppi, viaggia chi non è felice perché non ha trovato il proprio posto. Io conosco solo due cose, la mia terra e le mie bestie e loro conoscono me, e sono un uomo felice”. La vita ha probabilmente offerto a quest’uomo due sole alternative, restare e sudare sulla terra o emigrare, e lui ha scelto la prima, elaborando una sua filosofia ricca di profonda saggezza contadina.

Per noi è diverso, ci troviamo davanti una pluralità di scelte, la nostra vita è più facile, ma anche meno semplice. Se viaggiare è ancora una necessità per emigranti e profughi, per noi rientra invece nella sfera del superfluo e qualche volta, più che un’esigenza reale, è uno dei tanti bisogni indotti dalla società dei consumi. Con la crisi economica che ha investito l’Occidente si viaggia però meno o per periodi più brevi, diminuiscono i drogati del viaggio continuo tesi soprattutto ad accumulare chilometri e paesi, così come quelli che partono più per moda o per noia che per passione. La crisi diventa così anche l’occasione per riscoprire mondi più vicini e modi di muoversi più semplici ed essenziali, per riflettere sul viaggiare non meno, ma meglio e per interrogarsi sulla necessità stessa del partire.

Accanto all’elenco delle motivazioni che spingono al viaggio raccolte nell’ultimo post, utile allora anche l’esercizio inverso, l’elenco delle ragioni per restare o semplicemente per rallentare quella che per qualcuno si trasforma in una sorta di bulimia del viaggio. Ecco allora alcune provocazioni / riflessioni, frutto di osservazioni personali o letture (a voi scoprire alcuni richiami …), sul perché NON partire.

  • Perché in agosto per trovare il silenzio è meglio starsene a Milano.
  • Perché saggiamente per gli inglesi “to rest” vuol dire riposarsi.
  • Perché non c’è nulla come il gabinetto di casa propria.
  • Perché il piacere del viaggio sembra ridursi sempre più spesso alla ricerca del comfort.
  • Perché il viaggio è anche noia, fatica, rischio…
  • Perché le avventure che raccontiamo al ritorno sono quelle che durante il viaggio chiamiamo sfighe.
  • Perché “l’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire”.
  • Perché viaggiare può trasformarsi in una fuga da se stessi e dalle responsabilità.
  • Perché il viaggio è un’evasione solo apparente e si è sempre in libertà vigilata.
  • Perché a furia di viaggiare si diventa stranieri anche a casa.
  • Perché tra partenza e appartenenza non è sempre facile scegliere.
  • Perché la realtà di ciò che si trova è sempre più spesso inferiore alle aspettative.
  • Perché “caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt”.
  • Perché il vero viaggio di scoperta è morto ed è sempre più raro provare straniamento e stupore.
  • Perché è un’illusione quella di poter conoscere il mondo viaggiando.
  • Perché alla fine si scopre che “tutto il mondo è paese” e che il diverso è sotto casa.
  • Perché “il solo vero viaggio non è andare verso nuovi paesaggi, ma avere nuovi occhi”.
  • Perché ormai anche per gli antropologi è più interessante studiare “l’homo turisticus” che l’abitante di atolli sperduti.
  • Perché “il mondo, monotono e angusto, oggi, ieri, domani, sempre, riflette la nostra immagine: oasi d’orrore in un deserto di noia!”

Morale: c’è del vero in tutte queste affermazioni, ma, come dice Bocconi, “Forse il punto non è se stare a casa o partire, però… il mio cuore è col viaggiatore, non sono né così saggio né così malato da star bene solo dove sono nato, dove vivo”.

Consiglio di lettura: Antonio Pascale, “Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro”, Laterza.

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LIBRI

Il giro del mondo in aspettativa

"Il giro del mondo in aspettativa" di Andrea Bocconi - Guanda, 2004

Non è per cattiveria

"Non è per cattiveria, confessioni di un viaggiatore pigro" di Antonio Pascale - Laterza, 2006



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