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Parole Nomadi di Anna Maspero

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O come Oceanomare

In tutte le lingue la parola “terra” è usata per definire sia la terraferma che l’intero pianeta, certo perché il genere umano ha scelto per abitare proprio le terre emerse. Ma per secoli l’occhio dell’uomo è stato rivolto al mare. “Navigare necesse est”, dicevano gli antichi: il mare era la loro autostrada, le navi spinte dalla forza dell’acqua e del vento solcavano gli oceani e scoprivano nuovi mondi, mentre ben più lungo e pericoloso era l’attraversamento dei continenti. Poi, grazie alla meccanizzazione dei trasporti, abbiamo iniziato a privilegiare i viaggi via terra e ora preferiamo volare per scavalcare gli oceani. Con un’unica, dolorosa eccezione: gli emigranti clandestini che continuano ad affidare le loro vite e le loro speranze di futuro a imbarcazioni fatiscenti.

Così la memoria del mare si è in parte spenta, o meglio, il mare è diventato per molti di noi sinonimo semplicemente di spiaggia e vacanze estive. Ma, scriveva Baudelaire, “l’uomo libero cercherà sempre il mare”. Se navigare ha perso molto del suo carattere di necessità, la diffusione del turismo ha reso la nautica uno sport accessibile se non proprio popolare, allargando la schiera dei marinai per diporto che oggi rappresentano un mondo variegato di croceristi, velisti per caso, navigatori alle prime armi, vagabondi dei mari e veterani degli oceani.

Nonostante una tecnologia sempre più perfezionata abbia reso la navigazione più sicura, il mare rimane una regione selvaggia e misteriosa, dove misurare i propri limiti di fronte alla sua enorme forza e immensità. Con un orizzonte a 360° senza punti di riferimento visibili, la navigazione, soprattutto a vela, è capace di restituire al viaggio quella dimensione epica che hanno perso i percorsi via terra, trasformati in uno slalom fra le opere costruite dall’uomo. Navigare richiede attenzione, abilità e resistenza, la barca rimane un mezzo scomodo, faticoso e qualche volta anche rischioso e la rotta non rappresenta necessariamente la via più diretta alla meta, ma ubbidisce ancora ai capricci del tempo, del vento e delle correnti.

Il mare offre una totale immersione in un’altra dimensione, capace, come il volo, di regalare una sensazione di grande libertà. Ci si sente parte della natura, abbandonati all’eterno movimento delle onde e partecipi del grande respiro dell’universo intero. E immergendosi sotto la superficie dell’acqua si scopre una dimensione ancora diversa, dove i rumori giungono ovattati, dove ci si muove leggeri in un mondo incantato, popolato da creature improbabili e fantasiose.

Così, come Ulisse è l’archetipo del viaggiatore, l’immensa distesa degli oceani rimane l’archetipo del viaggio e dell’avventura, capace di esercitare un’attrazione irresistibile. Ma soprattutto il mare ci è necessario. A tutti, non solo a chi lo ama, a chi lo guarda incantato dalla spiaggia, a chi preferisce sfidarne le onde o perdersi nel mondo magico dei suoi fondali. E’ necessario perché “no blue, no green”. Se guardiamo le foto della terra riprese dallo spazio ci appare azzurra, e la cosa non stupisce visto che gli oceani occupano i sette decimi del globo. Da loro la vita ha avuto inizio e continuano a essere un immenso serbatoio di vita, indispensabile come l’aria alla sopravvivenza stessa della terra e di chi la abita. Una terra purtroppo sempre meno verde, che speriamo possa rimanere almeno il nostro “pianeta blu”.

“Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare”: da Hugo Pratt “Corto Maltese, Una ballata del mare salato”. Un bellissimo libro di mare e di avventura.

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