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Parole Nomadi di Anna Maspero

M come Montagne

Se il mare nel suo continuo movimento sembra significare il divenire, la montagna rappresenta invece l’eterno e l’immutabile. Salire verso la cima è, in senso letterale e simbolico, allontanarsi dalla terra per avvicinarsi al cielo. Naturale quindi che fin dall’antichità e a tutte le latitudini le montagne siano state considerate luoghi sacri e ponti fra umano e divino, come è stato per l’Olimpo e come è ancora per il Monte Sinai e il leggendario Monte Meru, centro dell’Universo per induisti e buddisti.

Anche molti degli antichi templi, dalle piramidi alle massicce costruzioni induiste, agli stupa buddisti, non sono altro che la rappresentazione simbolica della montagna sacra. Ancora oggi sono molte le popolazioni che continuano a venerare le montagne e ne consacrano le vette e i passi con croci, bandiere di preghiera o semplici cumuli di pietre.

Così gli eredi degli Inca venerano le cime come achachilas, luoghi sacri dove risiede lo spirito di un antenato protettore e raccolgono il ghiaccio benedetto durante la processione di Qoylloriti. Buddisti, induisti, giainisti e seguaci dell’antico culto sciamanico bön percorrono il kora, il lungo cammino di preghiera intorno al Monte Kailash. Gli induisti risalgono in pellegrinaggio le pendici dell’Himalaya verso le sacre sorgenti della Madre Ganga. Gli aborigeni australiani invitano i turisti a non arrrampicarsi su Uluru-Ayers Rock perchè è un luogo dove si sono addormentati gli antenati creatori. Per la maggior parte di questi popoli la cima dei monti è di norma un tabù, perché è blasfemo salire dove abitano gli dei.

Diversa è la nostra passione per l’alpinismo: un misto di coraggio, voglia di conquista e desiderio di wilderness. Una passione che, quando è estremizzata, sembra appartenere più alla categoria dell’avere che a quella dell’essere. L’alpinismo ha una storia relativamente breve, nasce nel 1786 con la scalata del Monte Bianco. Ancora più recente è la corsa alla vette, prima di quelle alpine, poi delle altre grandi catene della terra alla ricerca di superare sempre nuovi limiti, tanto che oggi non ci sono più alte cime inviolate.

Qualcuno ha definito l’alpinismo la “conquista dell’inutile” ed effettivamente per molti appassionati si trasforma in una continua ricerca di sfide nuove ed estreme. Ma se lo sguardo è sempre rivolto alla vetta, si perde di vista la vita che si svolge più a valle e talvolta si perde anche la propria di vita. Mai come negli ultimi anni si sono accese polemiche a causa dei rischi di questo sport.

Secondo alcune statistiche il 25 per cento di coloro che scalano la vetta del K2 muore, in genere durante la discesa. Una percentuale di “insuccesso” non diversa da quella di chi tenta il suicidio. Certo, scalare una montagna è un modo per cercare non solo di possederla, ma anche di amarla e di percepire l’assoluto che vi è racchiuso.

Chiede però rispetto e preparazione, perchè non perdona imprudenze e anche minime leggerezzes . E forse chiede anche un approccio diverso, più simile a quello dei tanti appassionati che amano camminare le “terre alte”, non solo le cime, ma anche vallate, colline, paesi e alpeggi.

Se nel viaggio è importante liberarsi dall’imperativo del raggiungimento della meta, lo stesso vale per l’alpinismo rispetto alla conquista della cima. Andare in montagna, se non si riduce a semplice impresa sportiva per verificare le proprie abilità e spingersi oltre i propri limiti, diventa una scuola di valori fondamentali, un’esperienza capace di regalare grandi emozioni e di farci tornare a valle rinsaldati nel corpo e nello spirito.


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