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Parole Nomadi di Anna Maspero

26.06.2009

M come Meta

Per i viaggiatori del passato, il viaggio era un graduale avvicinamento alla meta e l’arrivo coincideva con il raggiungimento della destinazione. Anche qualche moderno viaggiatore cerca di riscoprire questa dimensione lenta dell’andare, partendo da casa a piedi, in bicicletta o attraversando gli oceani in cargo. Ma per la maggior parte di noi il viaggio comporta un avvicinamento rapido al punto di partenza, in genere in volo, ed è solo da lì che esso ha davvero inizio.

Ne deriva il più delle volte un brusco cambio di ambiente. Necessario allora darsi almeno il tempo, una volta sul posto, di assorbire il jet-lag, riaggiustando non solo l’orologio biologico, ma anche quello mentale, per sintonizzarsi con il nuovo paese e la sua gente. Se partenza e arrivo quasi coincidono, è però possibile ridare spazio al viaggio senza finalizzarlo esclusivamente alla meta.

Spesso misuriamo più o meno consapevolmente il successo o l’insuccesso del nostro viaggio proprio in base al raggiungimento della destinazione o comunque degli obiettivi che ci siamo posti. Esempio evidente è una spedizione alpinistica, ma un po’ in tutti i viaggi si cerca di “ottimizzare” i tempi, il che spesso equivale a correre da un punto all’altro, sempre proiettati verso la tappa successiva, fermandosi giusto il tempo di mettere a fuoco l’immagine, scattare e poi via!

Se poi carichiamo la meta di troppe aspettative, sarà probabile tornare delusi, perché spesso risulta diversa da come ce l’eravamo immaginata. E non succede solo ora per colpa della globalizzazione. Fu così anche per degli esploratori del passato, come per René Caillié quando, nel 1828, travestito da nomade arabo, riuscì finalmente a entrare nella tanto agognata Timbuctu.

Ma quale è la meta di un viaggio? La destinazione finale, verrebbe spontaneo rispondere. Diversa è l’opinione di Tiziano Terzani che nel suo libro “In Asia” scrive: “Avvicinandosi, l’immagine si smitizza e il viaggiatore finalmente capisce: il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”. Proviamo allora a capovolgere i termini e a vedere il “viaggio come meta”, senza tendere solo alla “meta del viaggio”, perché, se è vero viaggio, i due termini coincidono.

Secondo Baudelaire i veri viaggiatori partono per partire, ma forse sarebbe oggi più giusto dire che viaggiano per viaggiare. E’ bello sognare il viaggio, scegliere la destinazione in modo consapevole e prepararsi all’incontro con il nuovo paese. Poi, una volta partiti, bisognerebbe lasciare spazio proprio a lui, al viaggio, al suo farsi e disfarsi, evitando che il desiderio di raggiungere la meta cancelli il piacere e la ricchezza che c’è nell’andare stesso. La meta può diventare un semplice pretesto, lasciando che a guidarci siano le suggestioni, le seduzioni e le coincidenze e spostando il fuoco dalla geografia dei luoghi a quella dell’anima.

Una volta appresa la via del viaggio interiore, in opposizione all’esasperato spostarsi da un continente all’altro e da un luogo all’altro, acquista significato un movimento che diviene “ex-movere”, quel “muovere fuori” racchiuso nell’etimologia stessa della parola emozione. Perché in fondo si viaggia sempre dentro e fuori se stessi. Ed è a noi che torniamo al termine del viaggio.

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