Nell’ultimo post riflettevo su Bonatti e su quei “grandi viaggiatori” nati durante la seconda guerra mondiale o immediatamente dopo, tempi certo più difficili di quelli toccati in sorte a noi che siamo cresciuti durante il boom economico degli anni ‘60.
-“Giro… vedo gente… mi muovo… conosco… faccio cose”: queste parole del film Ecce Bombo di Moretti potrebbero essere il manifesto della mia generazione. La carica alternativa del decennio fra il ’60 e ’70 ci aveva aperto la strada e noi l’abbiamo percorsa, trasformando il viaggio in una dichiarazione di libertà e di indipendenza. Abbiamo iniziato presto a viaggiare e con ogni mezzo: in autostop e con la tessera inter-rail, su una due cavalli o con il “magic bus”. Siamo andati in Marocco e in Messico, a Goa e a Kathmandu, abbiamo attraversato gli States verso ovest e i paesi del Medio Oriente verso est, leggendo Kerouac, Hesse e Castaneda, ascoltando le canzoni di Joan Baez e di Bob Dylan, dei Beatles e dei Pink Floyd.
Non c’erano internet e il cellulare, non esistevano i voli low cost e il progetto Erasmus. Erano sufficienti uno zaino, una mappa, pochi soldi e si partiva, soli o con qualche amico, aperti agli incontri “on the road”.
Mi ritrovo oggi a sfogliare gli album di foto di allora, guardo le decine di caricatori di diapositive accatastati sugli scaffali e mi assale inevitabile la nostalgia per quegli anni di scoperta, mi scorrono davanti volti, luoghi e ricordi di una vita a colori con tante indimenticabili avventure.
Con la mia generazione volevamo cambiare il mondo, invece sono stati il mondo e gli anni a cambiarci, e non sempre in meglio. Ma anche, e per qualcuno soprattutto, ci hanno cambiato (e in meglio!) i viaggi. Per noi viaggiare è stata una scuola di vita che ci ha insegnato a prendere decisioni e ci ha regalato una maggiore autonomia e consapevolezza delle nostre possibilità. Ancora più vero se si trattava di giovani donne.
Oggi, con alle spalle tante partenze e sulle spalle un numero di anni che incomincia a diventare importante, i nostri viaggi sono più maturi, proprio come noi. In tanti continuiamo a esplorare territori che ci sono sconosciuti, anche se lungo percorsi battuti e senza in fondo metterci più in gioco o voler conquistare il mondo come allora. Qualcuno di noi è diventato un viaggiatore ormai involuto, causa eccesso di sedentarietà o comodità, forse perché invecchiando è naturale cercare una “comfort zone”, una zona di benessere e di sicurezza. Ma la cosa importante per non trasformare il viaggio in un bene di consumo qualsiasi, non è tanto quel maggior comfort che se possibile ci concediamo, è invece mantenere la stessa curiosità e la stessa passione di quegli anni.
Difficile trovare una parola per definire i viaggiatori della mia generazione. Non siamo semplici vacanzieri o turisti da pacchetto tutto compreso, ma neppure dei Grandi Viaggiatori come qualcuno di coloro che ci hanno preceduto. Non siamo neppure i nuovi viaggiatori, quelli nati con internet, gli “internauti” abituati a viaggiare prima di tutto nel web (di loro al prossimo post). Forse la definizione migliore è quella data da Severgnini, siamo “imperfetti viaggiatori”, ma pur sempre viaggiatori: curiosi, rumorosi, avventurosi, frettolosi, generosi, tolleranti…
Un consiglio di lettura che è ormai un classico: Beppe Severgnini, “Manuale dell’imperfetto viaggiatore”, Rizzoli Editore.

"Un dollaro, mille chilometri" di Dominique Lapierre - Il Saggiatore, 2003


Viaggio tra le strade di New Delhi a rincorrersi a suon di gulal e gavettoni di polveri rosse per festeggiare l’Holi Festival. Nel Tempio di Akshardham. In treno fino a Mumbay. Nello sfolgorìo dei suoi set cinematografici.

Piercing, fachirismo e auto-torture. Tra iniziale diffidenze e via via sempre più disponibilità della gente, la giova ricercatrice italiana Sarah Trevisiol racconta il suo viaggio nel rito della fertilità nella realtà rurale di Narayanpur.

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