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Parole Nomadi di Anna Maspero

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F come Fotografia

“Il linguaggio fotografico e il linguaggio della scrittura sono diversi, ma sono due modi complementari che si integrano per captare la realtà”. Parole di Fosco Maraini che perfettamente riassumono la sempre maggiore contaminazione di generi e mezzi espressivi necessari per interpretare la complessità del mondo. Su tutti prevale il canale visivo, tanto che parlare oggi di civiltà dell’immagine è ormai ripetere un luogo comune. Un aspetto che è ancora più evidente se si restringe l’analisi al mondo del viaggio, tanto da poter affermare che non c’è viaggio senza fotografia.

L’apparecchio fotografico accompagna fin dai suoi esordi i viaggiatori ed è sempre più diffuso grazie ai progressi tecnologici e all’abbassamento dei costi. E se non bastasse, l’immagine è lo strumento perfetto per la promozione dei viaggi: sono soprattutto le foto che ci guidano nella scelta delle destinazioni e su di esse si basa il sistema di attese emozionali che dà forma all’immaginario turistico.

Come evitare allora di riportare a casa dai viaggi una rappresentazione del mondo formato cartolina? Prima di tutto bisogna cancellare proprio quelle immagini stereotipate che abbiamo impresse nella retina e guardare con occhi nuovi, o forse meglio, lasciare che sia il mondo a guardarci e ricambiarne lo sguardo. Un’interazione ben diversa dalla passività in cui è di norma relegato il “soggetto” fotografato.

Se la fotografia è nata con la pretesa di rappresentare e testimoniare la realtà, oggi siamo consapevoli che può solo offrire una fra le diverse interpretazioni possibili. Non dobbiamo allora limitarci a una semplice descrizione con pretese di oggettività di come è il mondo o peggio mistificarlo, dipingendolo nostalgicamente com’era o come vorremmo fosse. Ora che tutto sembra “déjà vu” perché già visitato e descritto, bisogna raccontare il mondo nel suo divenire e porre attenzione a quei dettagli capaci di coglierne l’anima nascosta.

Quella luce che è parte dell’etimologia stessa del termine “foto-grafia”, deve illuminare ciò che sta sotto la superficie delle cose, lasciando che lo sguardo scavi in profondità. Le immagini di un volto, un gesto, un paesaggio possono avere una capacità evocativa straordinaria e suscitare la stessa emozione di una poesia, con il vantaggio di parlare un linguaggio universale negato al verbo dopo la maledizione della torre di Babele. Benché visuale, la fotografia può restituire odori, sensazioni tattili, rumori e sapori, ma solo facendo ricorso alla memoria interiore di ciascuno, sempre che quelle esperienze siano state parte del viaggio e l’aspetto visivo e compulsivo della ricerca di immagini non abbia prevalso.

Per fare foto non solo belle – obiettivo oggi relativamente semplice -, ma anche buone, bisogna andare oltre la tecnica e l’estetica. Serve un progetto e un filo narrativo a legare le immagini proprio come in un racconto, dando la propria interpretazione della realtà. Anche se non siamo professionisti, ma solo visitatori di passaggio, servono tempo, flessibilità, sensibilità, rispetto e passione. Dobbiamo “perderci a guardare”. Solo allora la macchina fotografica, da diaframma che si frappone fra noi e il mondo, può trasformarsi in uno strumento per penetrare la realtà e per rapportarsi alla gente. Solo allora potremo restituire un’immagine significativa e non solo descrittiva del mondo, trasformando la visione in comprensione.

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LIBRI

Anime in Cammino

"Anime in cammino" di Cinzia Bassani - De Ferrari & Devega, 2007

Né turisti né viaggiatori

"Nuovi Turismi" di Mario Gerosa Sara Magro - Morellini, 2011



4 commenti a “F come Fotografia”

  • caterina alle ore 10:10 am scrive:

    Leggo con vivo piacere, e interesse, quanto scrive l’autrice sul come ottenere una fotografia che non sia solo un’immagine: fredda, scarsamente signifcativa, ma dotata di linguaggio universale.
    Se è compito di chi la scatta fare in modo che essa parli è anche compito di chi la osserva perdersi per “vedere”dal momento che guardare è solo il primo passo sulla via della comprensione vera.
    Il saggio illumina anche i non esperti e rimane, al di là delle parole, un invito
    a fare – del viaggio – un punto di arrivo e di partenza non separati.
    Nell’attimo dello “scatto” chi regge la macchina fotografica e chi è fotografato sono una unità, fulminea… ma sempre unità.

    Grazie davvero
    caterina

  • Anna Maspero alle ore 7:17 pm scrive:

    Grazie Caterina,
    come al solito il suo più che un commento, è una profonda riflessione che offre spunti per andare oltre quanto scritto. E’ il bello del web 2.0. Riuscire a dialogare, a confrontarsi, a essere contemporaneamente scrittori e lettori.
    In effetti al momento dello scatto, se è un incontro riuscito, fotografo e fotografato sono entrambi soggetti. E poi c’è, come lei dice, il terzo attore, quello a cui quell’immagine aprirà una finestra su un angolo di mondo…
    Anna

  • carmen alle ore 6:52 am scrive:

    ci sono tanti modi di fotografare, si sà..a secondo delle situazioni, ma l’unicità, non facile, è quando si riesce a raccontare..la propria storia..dell’anima, appunto, attraverso le cose..che ci stanno intorno del mondo, come lo scrivere, o il disegnare, etc. e riuscire a trasmettere qualche emozione.. anche agli altri, io è da tanto che ci tento..è difficilissimo!!

  • Roberto alle ore 8:58 am scrive:

    la descrizione del vero significato di “fotografare”, qui descritto, mi colpisce profondamente; credo non si potesse esprimere meglio il concetto dell’atto in se di scattare ed immortalare un istante; appunto una frazione di secondo che non deve essere per forza un’opara d’arte di tecnica ed esposiziona ma bensì, come solo un quadro sa trasmettere quando realizzato con l’anima del pittore, trapela l’emozione, il riflesso di colui che ha colto l’intensità del momento;
    questo articolo rende onore al vero significato di fotografare, alla poesia che rende differenti le persone che vivono con il cuore ed amano condividere le emozioni, spesso anche fotografandole;

    grazie Anna;

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