E’ sempre più semplice guardare e giudicare gli altri che noi stessi. Forse è per questo che non mi è facile parlare d’Europa, della piccola vecchia – e cara – Europa. Che poi così vecchia e piccola non è, visto che in mezzo secolo si è svecchiata e allargata forse più di ogni altro continente, passando dalle macerie della seconda guerra mondiale attraverso il crollo del muro di Berlino a un’Unione Europea che guarda sempre più a est.
Mi trovo in India, avvolta dal suo disordine rumoroso, e da qui è forse più facile ripensare all’Europa. Non lo dico con quel pizzico di snobismo tipico di ogni viaggiatore, ma perché la distanza aiuta a mettere a fuoco e la frequentazione di culture altre ci rivela aspetti della nostra altrimenti dati per scontati. Anche se, vista da questo punto di osservazione dove tutto sembra precario o rimediato, inevitabilmente l’Europa, Italia compresa, mi appare fin troppo ordinata e funzionale e anche un po’ grigia e triste nella sua efficienza.
“Mi aveva colpito da quando ero arrivato in Europa, come questo continente portava bene la sua età, come non era affannato a darsi un’altra faccia, anzi com’era a volte fiero di quella che aveva e di come si sforzava di conservarla”, scrive Terzani di ritorno dall’Asia. L’Europa non nasconde le rughe degli anni, piuttosto, prigioniera del suo passato, fatica a conciliare il suo immenso patrimonio con la modernità. Così, se sperimenta nuove soluzioni architettoniche a Berlino o a Londra, rimane fedele alla tradizione a Roma. Nella sua espressione migliore è bellezza e cultura, armonia di paesaggi e città, buon gusto e buon vivere. Non è semplicemente l’Unione Europea dei ragionieri e della moneta unica, un’istituzione finanziario-economico-politica, ma la casa comune di popoli ricchi di identità, lingue e culture radicate e sedimentate nella sua memoria. E’ un continente frutto di una storia densa di distruzioni e sovrapposizioni, di incontri fecondi e di scontri anche tragicamente recenti.
L’Europa ha sempre avuto confini fluidi, non come altri continenti-isola, circondati dall’oceano. Il Mediterraneo più che dividerla la unisce all’Africa, la Russia nella sua immensità da sempre si stempera verso l’Asia. Se i confini sono incerti e molte le identità culturali, ci sono valori profondi che connotano ciò che siamo. Valori che dall’antica Grecia attraverso Roma, la cristianità, il rinascimento e l’illuminismo, formano le radici di quello che chiamiamo Occidente: la ragione come strumento di comprensione del mondo, l’uguaglianza di tutti gli uomini, la laicità dello stato, la dignità della persona, la libertà dell’individuo e la democrazia. E io aggiungerei due altri elementi: il dubbio e una certa dose di pessimismo e/o scetticismo, forse i due fattori che più ci distinguono dai cugini americani e che rendono l’Europa più complessa ma anche più fragile.
Certo, c’è anche un’Europa imprigionata dalla burocrazia, che fatica a superare i nazionalismi e a trovare un’identità comune, che rimane vincolata a una visione eurocentrica ma di fatto è subalterna agli USA e non trova una voce propria, che importa idee e modelli e fatica a produrne di propri, che si chiude a difesa di un benessere che non è nostro esclusivo diritto.
L’Europa è però oggi consapevole di essere una civiltà e non la civiltà. Se, pur relativizzando il proprio posto nel mondo, sarà capace di non tradire le proprie radici, potrà, per la sua storia e la sua geografia, relazionarsi e convivere con altre culture meglio di altri continenti. Forse sarà proprio quest’Europa così ricca e stratificata, la forza capace di difendere il mondo e l’Occidente stesso dall’omologazione e dallo strapotere della globalizzazione, mantenendo vivi quei valori di tolleranza e rispetto per le differenze che le appartengono.
Questa è l’Europa da conoscere, in cui riconoscersi e dove ritornare, intendo non solo al termine di un viaggio, ma proprio come meta dei nostri viaggi.

"Storia del conflitto anglo-irlandese" di Riccardo Michelucci - Odoya, 2009

"La Turchia a cavallo di un fez" di Jeremy Seal - Feltrinelli Traveller, 2000


L’allodola d’Irlanda è ancora un simbolo per il proprio popolo. I suoi pensieri vivono attraverso gli scritti che ha lasciato, curati da Silvia Calamati, la più grande giornalista Italiana esperta della questione Nord-Irlandese. E che “il reporter” vi ripropone. Per non dimenticare.

Intervista esclusiva de “il reporter” a Silvia Calamati, in occasione del 29° anniversario della morte di Sands e della contemporanea pubblicazione del libro della giornalista italiana sulla vita e sul diario che l’Allodola d’Irlanda scrisse in carcere.

Il “viaggio” più lungo di un uomo che riuscì, attraverso un tunnel, a uscire dall’inferno della Germania orientale e a conquistare la Libertà. Che il regime comunista negò per decenni al suo popolo.