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Parole Nomadi di Anna Maspero

C come Con-Tatto

Poche settimane fa ero in viaggio fra le chiese dell’altopiano etiope durante la celebrazione delle festività del Natale ortodosso. Un Natale profondamente vissuto, con migliaia di pellegrini riuniti nei cortili delle chiese e raccolti in preghiera, un Natale molto diverso dal nostro impregnato di consumismo.

… sono al monastero di Na’akuto La’ab e osservo i pellegrini inginocchiarsi ai piedi del sacerdote che con una croce non solo li benedice, ma li tocca in varie parti del corpo. Un contatto fisico che già da solo mi sembra avere poteri taumaturgici, almeno per quella gente profondamente credente. Poi avviene un piccolo incidente. Accanto a me una turista per distrazione batte violentemente il capo contro il ramo di un albero, accorre un sacerdote in suo aiuto, ma prima ancora che possa avvicinarsi, lei lo guarda e gli grida: “non toccarmi”. Lui si allontana senza pronunciare parola…

Una scena che continua a tornarmi in mente. Forse è un invito a riflettere. Ripenso alle migliaia di corpi pigiati all’inverosimile l’uno accanto all’altro dentro il cortile di Bet Maryam la notte di Natale. Ripenso ai pellegrini che si stringono ancora di più, sfidando qualsiasi legge fisica, per farmi posto alle cerimonie. Ripenso alle mani che mi toccano, mi trattengono perché io non cada dallo spalto della chiesa, alto diversi metri. E ai bambini che nei mercati cercano la mia mano. Alla gente che si saluta abbracciandosi tre volte e non limitandosi come noi all’abituale stretta di mano che mantiene le distanze. Ripenso a un ragazzo di nome Tilahun, cui mi lega una profonda affezione, che reincontrandomi dopo diversi anni continua ad abbracciarmi con una gioia semplice e pura.

Emozioni e sensazioni di “pelle”. Ma c’è anche una spiegazione più razionale per i diversi comportamenti. Un’interessante scienza dal nome strano, prossemica, studia proprio il variare delle distanze nelle diverse culture. Intorno a noi ci sono una serie di bolle virtuali che delimitano la distanza intima, quella personale per l’interazione fra amici, quella sociale fra conoscenti e quella per le pubbliche relazioni. Sembra essere un’eredità ancestrale derivata dagli animali che reagiscono con aggressività o paura alla vicinanza dell’altro, in quanto limitazione del proprio spazio vitale.

E’ importante viaggiando conoscere anche queste regole non scritte, osservare come si comportano le persone e cercare di adeguarsi per evitare situazioni di disagio o anche offensive. Ma al di là della variabilità di queste distanze a seconda della cultura di appartenenza, perché sentirci minacciati se qualcuno ci tocca? Si è allargata così tanto la nostra bolla virtuale? Viviamo in spazi urbani sempre più ristretti, ci ammassiamo dentro metropolitane, nelle discoteche o sulle spiagge, ma poi evitiamo qualsiasi contatto. Il sesso non è più tabù, ma lo è diventato invece il contatto fisico al di fuori del rapporto sessuale. Curiosiamo nella vita delle persone attraverso i social network, esterniamo fatti personali su stampa e televisione, ma nel quotidiano siamo sempre più diffidenti e ci costruiamo intorno muri virtuali e reali per proteggere la nostra privacy. E in nome della privacy, nuovo moderno feticcio, ci rendiamo la vita infinitamente più complicata. In realtà stiamo solo proteggendo la nostra solitudine.

Forse il viaggio in luoghi affollati d’umanità e non solo di gente, ci può far perdere qualche paura e far ritrovare il piacere del con-tatto, quello di pelle, diverso dai tanti contatti virtuali che affollano le nostre rubriche mail.

Consiglio due libri scritti da viaggiatori che non temono di mescolarsi alla gente su treni, corriere e taxi-brousse : Gianni Celati “Avventure in Africa” e Maruja Torres “Amor America, Un viaggio sentimentale in America Latina”, entrambi di Feltrinelli.


9 commenti a “C come Con-Tatto”

  • giordana alle ore 11:03 am scrive:

    ho vissuto 10 anni in Spagna, dove la gente si presenta e si saluta con 2 baci sulle guance.Adesso vivo in Germania dove le persone si salutano freddamente con la stretta di mano, come fanno gli italiani. Chi se ne frega mi sono detta, io continuo a baciare tutti.
    Nella famiglia di mio marito, dopo qualche mese della mia entrata tra loro, quando appunto si salutavano tutti con la mano, qualcosa é cambiato, adesso anche loro quando io saluto col bacio, si baciano….
    la tipa che ha scacciato il sacerdote NON SA CAMPARE, strano i viaggi in genere insegnano proprio questo….

  • massimiliano alle ore 12:25 pm scrive:

    ciao anna… condivido con te questa mancanza di contatto umano che piano piano va scomparendo… soprtattutto in Italia. Solo affaccaindoci al di là del Mediterraneo, in Spagna, è ancora usanza infatti quella di baciarsi sulle guance, tra persone di sesso differente, quando ci si presenta ad una nuova persona. Avendo vissuto lì, ogni violta che torno in Italia e mi presento ad una ragazza, trovo quella del darle la mano, una barriera abbastanza stupida. Al sud Italia però, e grazie a Dio, quest’usanza non è ancora andata persa; ti dirò di più… a diffrenza della Spagna, al sud Italia, anche gli uomini addirittura si baciano, tra amici, ogni volta che si incontrano per strada…. Io sono di Fano, centro Italia e voglio spezzare una lancia a favore del Sud e delle sue ancora calde tradizioni volte al contatto umano… prova infatti nel nord Italia a baciare una persona sconosciuta quando ti presenti e vedi che ti risponde…

    quella del contatto che via via va perdendosi è una tradizione che bisognerebbe conservare e anche dalle piccole cose si capisce a che automizzazione il nostro mondo moderno chiamiamolo così, stia andando incontro…

  • roberto payta alle ore 3:07 pm scrive:

    Che belle queste tue considerazioni piene di verità: Mi piace come vivi i tuoi viaggi e chissà che un giorno non se ne possa condividerne uno!!!! Grazie…

  • stefania alle ore 3:27 pm scrive:

    penso che l’abbraccio oltre ad essere una manifestazione di come la nostra cultura ci ha insegnato a relazionarci sia anche un modo per vincere le distanze che ci ha cosegnato in eredita

  • Maurizio Balsamini alle ore 6:57 pm scrive:

    Anna, queste tue considerazioni mi hanno fatto tornare in mente la curiosa – ma neanche poi tanto – abitudine dei bambini di Zabid (Yemen).
    Quando vedono un viaggiatore anzichè elemosinare denaro o caramelle insistono per poterlo accompagnare, tenendolo saldamente per mano, nella visita della città.
    Grande e la loro contentezza quando si aderisce a questa richiesta e altrettanto forte è la delusione quando qualcuno per qualche motivo (igiene??) si rifiuta di farlo.
    Forse in questo gesto ci sarà anche la speranza di avere alla fine un piccolo regalo, magari una penna o altro.
    Ma la mia impressione è stata che non sia esclusivamente per quello e la gioia del bambino con questo contatto si propaga inevitabilmente a chi lo tiene per mano e che forse era disabituato a questo modo di fare.

  • alessandra alle ore 5:44 am scrive:

    questo tuo articolo mi piace molto.
    in questo momento mi trovo ad amritapurti,india,nella sede di quella famosa guru,amma(madre) ha scelto come uno dei gesti che la contraddistinguono proprio quello di abbracciare le persone.abbraccia per ore.giorno e notte.

  • silvana lunetta alle ore 4:16 pm scrive:

    Perchè oggi non riusciamo ad essere naturali e spontanei?
    Perchè ci blocchiamo dentro una gabbia per inibire ciò che il nostro cuore ci spinge a fare.Prigioniei della privacy appunto,modifichiamo i rapporti umani fino al limite dell’indifferenza.Ci resto male quando vedo che alcune persone, nel salutarsi non si stringono neanche la mano!!
    pochi secondi fa ·

  • Italo Pattarini alle ore 9:56 pm scrive:

    Anna, scrivi in modo fantastico. Fai vibrare il cervello. Ti voglio bene e sono felice di conoscerti. Ciao.

  • Anna Maspero alle ore 10:06 pm scrive:

    Ho paura. Paura di non essere all’altezza delle aspettative del gruppo di affezionati lettori de il reporter. I vostri commenti mi aiutano ad avere fiducia e coraggio di scrivere, ma mi impegnano anche a non deludervi. Ogni volta mi dico: troverò un nuova “parola nomade” che possa suscitare in me riflessioni non scontate e interesse in chi mi legge? Poi il piccolo miracolo avviene e sono la prima a stupirmi. Perché spesso quando inizio a scrivere non so dove e come finirò. So solo il numero di battute di cui dispongo (e sforo sempre un po’…, ma il direttore non si arrabbia!). In questi giorni il mio cuore è pieno di amarezza e tutti i miei pensieri sono rivolti a un progetto di autostrada che passerebbe sotto la cascina dove vivo in uno dei pochi sopravvissuti angoli verdi della Brianza (per chi vuole saperne di più c’è un blog http://www.salvabrughiera.com ). Potrei parlarvi a lungo di autostrade…, in fondo l’argomento riguarda il viaggio, ma credo che il direttore questa volta lo troverebbe un po’ fuori tema. Allora provo a liberare la mente per il post di venerdì, che è già quasi domani… spero di riuscirci. Grazie a tutti voi, amici lettori e viaggiatori.

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