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Parole Nomadi di Anna Maspero

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C come Casa

La casa è il simbolo della stanzialità, ma per il viaggiatore rappresenta soprattutto un porto da cui partire e a cui tornare. Per lui vale quanto scritto da John Donne quattrocento anni fa, quindi ben prima del turismo diffuso: “Vivere in una sola terra, è prigionia”. Non solo prigionia di ruoli, legami e obblighi talvolta troppo soffocanti, ma anche quella che nasce dal desiderio inappagato di incontri e spazi nuovi che allarghino gli abituali orizzonti. Certo, anche vicino a noi sono possibili scoperte capaci di rivelare meraviglie, ma spesso l’abitudine e gli automatismi percettivi ci rendono insensibili a ciò che abbiamo intorno. Forse è per questo che ordinario è diventato sinonimo di dozzinale e straordinario di bello.

Il viaggio può però aiutare a riappropriarsi del nostro territorio perché al ritorno, mettendo una distanza fra il sé di prima e quello del dopo, fra noi e la quotidianità, riaccende il nostro sguardo e risveglia le nostre capacità percettive. Magris scrive che il viaggio “insegna ad abitare più liberamente la propria casa” e aggiunge a monito per gli eterni vagabondi che “l’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire”.

Vivere in un determinato luogo è oggi per la maggior parte di noi una scelta e non un destino, come invece è stato fino a un passato ancora recente. Chi poteva restare, restava. Chi non poteva, emigrava. E chi riusciva, tornava. Come mio nonno che dal Perù tornò a casa. E’ grazie a questa sua duplice eredità – lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra – che nella mia vita c’è spazio per il viaggiare e lo stare. Credo sia possibile perseguire entrambe le tensioni e stabilire fra loro un rapporto vivificante, facendo sì che ciascuna dimensione sia fonte di arricchimento per l’altra ed evitando che un nomadismo protratto ci faccia alla fine sentire stranieri anche a casa.

Noi custodiamo nella memoria il paesaggio intimo e segreto che ci ha visto crescere, siamo la terra e l’aria, la lingua e i sapori, le immagini e i ricordi che ci hanno accompagnato dagli inizi. Insieme hanno formato un secondo imprinting che si è mescolato a quello genetico e che è diventato parte inscindibile di noi. Questo profondo senso di appartenenza mi fa dire che non possiedo, ma appartengo ai luoghi che mi hanno visto nascere.

Credo che i due vocaboli inglesi “house” e “home” permettano meglio di distinguere fra la casa come possesso e quella cui invece apparteniamo, quella che custodisce storie, legami, ricordi… Un grande frequentatore di culture altre, Fosco Maraini, parlava della necessità di un campo base nel mondo dove mettere in ordine i pensieri, perché un viaggio senza ripensamento non ammucchia ma svanisce nel nulla.

Il viaggio arricchisce la stanzialità di nuovi significati, le radici si rinsaldano offrendo nuova linfa ai rami perché si allarghino verso il cielo. Ritornare permette di scoprire che il nostro piccolo mondo racchiude un pezzo d’infinito. Viaggiare ci rivela che l’infinito ha molti modi di manifestarsi e il nostro mondo è uno dei tanti possibili. L’importante è avere sempre un pretesto per ripartire (e uno per ritornare…). L’uomo ha radici ma può avere anche ali. E’ possibile solo a lui. E alle rondini, il cui andare è sempre un tornare a casa.

“E la fine di tutto il nostro esplorare / sarà arrivare dove siamo partiti / E conoscere il luogo per la prima volta”, scrive Eliot e come spesso accade con la poesia, in soli tre versi racchiude il senso profondo del nostro sentire.

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LIBRI

Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

"Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini" di Fabrizio Gatti - Bur, 2007

La fine è il mio inizio

"La fine è il mio inizio" di Tiziano Terzani - Longanesi, 2006



1 commento a “C come Casa”

  • elisa alle ore 3:27 pm scrive:

    Come sempre, anche in questo articolo ci coinvolgi con poesia in importanti riflessioni che a volte si rischia di trascurare. Grazie Anna!

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