L’arte neopompeiana in Italia, a confronto con l’esponente più famoso del genere a livello internazionale: Lawrence Alma-Tadema. La si può ammirare in una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove è stata allestita, fino al 31 marzo 2008.
Durante un Grand Tour in Italia nel 1863 Alma-Tadema scoprì l’Antichità. In un’epoca di appassionato fervore archeologico, il viaggio nel Bel Paese offriva alla visita del turista non solo le rovine dell’antica Roma.
Ma c’erano anche i nuovi reperti delle dissepolte città di Pompei ed Ercolano. Monumenti, oggetti di uso quotidiano, opere d’arte affioravano durante gli scavi presso le città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Tadema rappresenta nelle sue opere spaccati di vita quotidiana ambientati in epoca greco-romana; probabilmente furono proprio le recenti scoperte di Pompei ad indirizzare la creatività del pittore verso quella sua personale elaborazione della scena di genere.
A differenza degli artisti del primo Ottocento, non amava rappresentare i più famosi episodi storici. Fu, invece, la dimensione quotidiana delle case e delle strade di Pompei a colpire la sua attenzione.
Durante il soggiorno dell’artista in Italia era l’archeologo Giuseppe Fiorelli che dirigeva gli scavi vesuviani con un modus operandi più sistematico e scientifico rispetto al passato. E a proposito di Pompei dirà in seguito Alma Tadema: “E’ così caratteristica, interessante, triste, così poetica e incantevole che non vorrei staccarmene mai”.
E proprio le opere degli anni ‘60 dell’Ottocento sono dominate dalla ricostruzione di interni pompeiani, con la rappresentazione di oggetti preziosi, generalmente ispirati dalle raccolte del Museo Archeologico della capitale partenopea.
Quegli saranno gli anni della diffusione in Italia della pittura neopompeiana. A inaugurare questo genere sarà Domenico Morelli con “Bagno pompeiano”, che rappresenta un gruppo di donne nelle terme stabiane di Pompei, allora riportate alla luce.
La fama in Italia dell’artista olandese si diffonde anche grazie al circolare di numerose incisioni che riproducono le sue più celebri opere.
In molte di esse è possibile individuare importanti reperti archeologici, e ciò perché Alma Tadema possedeva una profonda conoscenza archeologica che lo spingeva a tradurre queste informazioni in un approccio citazionistico che riempiva i suoi quadri di colte presenze.
Ad esempio, nell’opera Una galleria di statue a Roma ai tempi di August, risalente al 1867, sono rappresentate in secondo piano sculture in marmo come il Laocoonte o la Matrona seduta, esposta nella sala dei Musei capitolini a Roma.
Mentre il centro dell’opera è dedicato ad una statua meno nota Sofocle, versione in bronzo della copia romana in marmo conservata ai Musei vaticani.
Le sue creazioni furono definite quadri museo, proprio perché cariche di originali, copie di capolavori, rarità archeologiche.
Un elemento da tenere presente in questa immensa produzione è l’estrema precisione dei dettagli, l’accuratezza nella ricostruzione degli interni e degli ambienti antichi che non sarebbe stata possibile senza l’apporto della fotografia.
Nel suo studio londinese, Alma Tadema creò un amplissimo archivio fotografico che ritraeva monumenti, statue, reperti archeologici, oggetti romani, greci, bizantini, egiziani, medievali. Un repertorio vastissimo in cui il posto d’onore era, ovviamente, occupato dalle città di Ercolano e Pompei.
Dunque ammirando i suoi dipinti, così intimisti, possiamo concludere che egli intendeva operare un rifiuto netto alla tradizionale retorica neoclassica che celebrava un’antichità artificiosa, intendendo invece mostrarne l’umanità.
Gli uomini del passato esattamente come i contemporanei erano esseri umani mossi dalle stesse emozioni e passioni.





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