This is War! Robert Capa at Work è il titolo della mostra che l’International Center of Photography di New York ha deciso di dedicare in questi mesi al grande fotografo. Istintivo, coraggioso, Capa con le sue immagini ha lasciato una testimonianza visiva dei più grandi conflitti del XX secolo.
Nel 1936 Vu, nota rivista parigina, lo invia in Spagna per documentare la guerra civile spagnola, che Hemingway definì un conflitto “appassionato e appassionante” per il suo fervente desiderio di libertà e di emancipazione dal totalitarismo.
Fu proprio durante questa guerra che sul fronte di Cordoba miracolosamente scattò la celeberrima fotografia Il miliziano caduto, immagine che è divenuta icona non solo del conflitto spagnolo ma della guerra in generale.
Il fotografo, straordinariamente vicino, riesce a cogliere il dramma della morte, e a documentare l’orrore di una guerra moderna. Le sue immagini gli valgono le prime pagine di Life, che proprio nel 1936 ha iniziato la sua pubblicazione.
Capa, il cui vero nome fu Endre Friedmann, fu presente come fotoreporter anche durante la guerra cino-giapponese, e nonostante la sorveglianza dell’armata nazionalista di Chiang Kai-Shek, riuscì a realizzare immagini di denuncia, come il viso di un bimbo, ripreso dal basso verso l’alto, con la divisa militare e l’elmetto.
Un’immagine semplice, essenziale, di coraggiosa denuncia della realtà dei bimbi soldato, cui è negato il diritto all’infanzia, il diritto stesso alla vita.
Capa partecipò come fotoreporter anche alla seconda guerra mondiale. Fu tra i primi ad entrare a Napoli, ormai liberata dagli alleati, e nel 1944 è a Londra ad attendere di essere chiamato per lo sbarco in Normandia.
6 giugno 1944, il D-Day, Capa insieme a migliaia di soldati sta per raggiungere la riva fatale, e scatta ininterrottamente per novanta minuti, realizzando settantanove foto, di cui solo undici purtroppo furono stampate e sei tenute.
Durante gli ultimi mesi del conflitto mondiale, Capa è a Lipsia dove ritrae un soldato ucciso da un cecchino tedesco. Ancora una volta come nella foto di Cordoba, è testimone degli orrori della guerra e della morte. Ciò che traspare dalle sue immagini è un senso di compassione, di intimità, di immediatezza.
Dopo aver documentato eventi storici, ne ha immortalato anche i protagonisti: basti pensare a Trotzkij mentre interviene ad un comizio, o il presidente americano Roosevelt mentre chiede informazioni.
Inoltre si è rivelato un abile ritrattista. Basta pensare al bellissimo ritratto di profilo di Ingrid Bergman, che Capa incontrò nel 1947 nella magica atmosfera dell’Hotel Ritz di Parigi. E’ un’infatuazione reciproca e lei è sedotta dal personaggio appassionato, istintivo, che vive dell’attimo presente.
Scriveva di lui lo scrittore americano Robert Steinbeck, suo grande amico: “ Il suo apparecchio coglieva le emozioni, e le conservava. L’opera di Capa è da sola, tutta insieme, l’immagine di un grande cuore e di una irresistibile pietà. Capa era in grado di fotografare il moto, la gaiezza, la desolazione, Era in grado di fotografare i pensieri. Ha creato un mondo, che è il mondo di Capa”.
Nel 1954 il fotografo ricevette un’offerta da Life per seguire il conflitto franco-vietnamita in Indocina. Aveva già in mente una storia Bitter Rice, e quando fra il fuoco dei vietnamiti vide una fila di donne, che imperturbabili coltivavano il riso, scese dalla jeep e decise di correre il rischio.
Pochi minuti più tardi, giaceva in un piccolo campo colpito a morte da una mina antiuomo, mentre con la mano sinistra stringeva ancora la sua fedele Contax.





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E’ cambiata la storia della fotografia
di reportage…
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