Il Kosovo ha aperto la strada: l’aria dell’autonomia sta soffiando nella mente delle minoranze territoriali europee. Oggi ci troviamo però in Romania.
In questa zona, tanto per farci un’idea, si festeggia il capodanno due volte. La prima al rintocco della mezzanotte romena, l’altra quando le piazze di Budapest stappano lo spumante.
Storia di un popolo ungherese in terra latina.
A Sfantu Gheorghe, così si chiama il capoluogo di questa regione nel centro della Romania, il mausoleo che ricorda la sanguinosa rivoluzione del 1948 è colmo di nastri di color rosso, bianco e verde.
Sola soletta rimane una coccarda con i colori romeni.
Quando i detrattori, o forse i più accorti, hanno detto che l’indipendenza kosovara avrebbe creato un pericoloso precedente non si sbagliavano di certo.
L’Europa pulula di minoranze, tutte inclini all’indipendenza: Abkhazia nel Caucaso, indipendente sulla carta, ma non riconosciuta a livello mondiale. Transnistria in Moldavia, auto dichiaratesi indipendente dal 1990 e mai riconosciuta come Stato.
A Sfantu Gheorghe si respira già il sogno dell’autonomia.
“Il Kosovo è stato un esempio, e anche molto chiaro, che se la comunità vuole auto-governarsi, deve dichiarare ad alta voce la sua volontà”, ha detto Csaba Ferencz, vice presidente del Consiglio Nazionale Szekler.
La storia alle volte è meschina: questa regione una volta era pienamente sotto il controllo di Budapest, fungendo da frontiera. Dopo il primo conflitto mondiale i suoi abitanti si sono svegliati al centro della Romania, a due ore di strada dalla capitale Bucarest.
Solo la Germania di solito viene ricordata come la più tartassata alla fine di questa stagione bellica dimenticando che anche l’Ungheria subì la perdita di due terzi dei suoi territori, territori poi riconquistati parzialmente alla fine del secondo conflitto mondiale.
A Sfantu Gheorghe l’Ungheria lasciò tanti suoi connazionali: quasi un milione e mezzo sui ventidue milioni complessivi di questo Stato latino.
Stranamente Bucarest in sede NATO è stata, insieme alla Slovacchia, alla Serbia e alla Russia, contraria all’indipendenza del Kosovo.
La differenza tra gli Szekler e gli abitanti dell’ex provincia serba però è lampante: gli ungheresi non richiedono la nascita di uno stato autonomo, semplicemente vorrebbero un po’ più d’autonomia, lasciando però la politica estera e la difesa pienamente in mano alla Romania.
Questa regione autonoma accoglierebbe 800.000 persone, tre quarti ungheresi, e si estenderebbe per un totale di circa mille chilometri quadrati.
La sede del Consiglio Nazionale degli Szekler è proprio nel centro di Sfantu Gheorghe, nella casa dove prima risiedeva un noto avvocato che in vita si spese per l’indipendenza di questa popolazione.
Fuori dalla porta sventolano due bandiere: quella europea e la loro, sfondo blu, striscia d’oro che la taglia orizzontalmente ed il simbolo del sole e della luna sopra e sotto.
Il Consiglio condivide il suo quartier generale con il nuovo Partito Civico Ungherese, che s’è imposto come alternativa allo storico partito dell’Unione Democratica degli ungheresi.
I primi chiaramente accusano i secondi di essersi venduti alla causa romena.
“Dal 1996 sono nel governo e riteniamo che, una volta dentro, hanno rappresentato gli interessi della maggioranza romena, e non la minoranza ungherese”, ha detto Zoltan Gazda, presidente del Partito Civico Ungherese.
“Abbiamo sempre rispettato le leggi romene nella nostra lotta per l’autonomia, ma se questa non andrà a buon termine, potrebbero nascere altri tipi di tensioni – continua Gazda – abbiamo segnali che il malcontento è in grado di aumentare i conflitti”.
Le elezioni municipali, che si terranno il primo Giugno, saranno una vera prova di forza tra i due partiti ungheresi prima dell’elezioni parlamentari a fine anno.
Si spera negli ambienti interni in un accordo che assicuri un peso forte ed unitario nel risultato finale.
Peso che preoccupava già sotto il comunismo il dittatore Nicolae Ceausescu che mosse la popolazione romena nelle loro aree per tentare di diluire la concentrazione ungherese della zona.
Solo il futuro ci dirà il destino di questa popolazione.
Indipendenza o romeni a vita.





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Premetto che ero contrario all’indipendenza del Kosovo e che avrei preferito una spartizione fra Albania e Serbia. Ila situazione del Kosovo è completamente diversa da quella della Transnistria. Se è vero che gli albanesi discendono dagli illiri allora erano in questa regione 1.500 anni prima dell’arrivo degli slavi. In Transnistria la popolazione autoctona è rappresentata dai Moldavo-romeni che detengono ancora la maggioranza relativa tra le varie etnie che abitano la regione. I pieds noirs russi rappresentano meno di un quarto della popolazione complessiva, ma con l’aiuto di militari russi si è insediato a Tirwspol un governo autoritario di vetero comunisti russi che ha proclamato l’indipendenza e imposto la lingua russa. E’ come se i coloni italiani in Libia non fossero stati espulsi da Gheddafi, si fossero concentrati in una parte del territorio libico protetti da soldati italiani ed avessero proclamato l’indipendenza.
“La storia alle volte è meschina…” Vero. Quando un territorio storicamente appartenente ad un paese viene assorbito da un altro paese siginifca un po’ il trionfo della meschinità. La Transilvania è terra dacica da migliaia di anni, e gli ungheresi si sono stabiliti in questa regione con uno stile imperialista in un momento di debolezza dei daci. La Transilvania è stata conquistata in vari stadi. Gli ungheresi, originari dell’est dei monti Urali, sono arrivati in Dacia nel secolo X ed hanno politicamente costruito il loro dominio sui principi colonialisti (la popolazione indigena è stata sottoposta a repressioni eccetera).
“Dopo il primo conflitto mondiale i suoi abitanti si sono svegliati al centro della Romania, a due ore di strada dalla capitale Bucarest.
Solo la Germania di solito viene ricordata come la più tartassata alla fine di questa stagione bellica dimenticando che anche l’Ungheria subì la perdita di due terzi dei suoi territori, territori poi riconquistati parzialmente alla fine del secondo conflitto mondiale.”
Il ritorno della Transilvania alla Romania, dopo 1000 anni di occupazione, è avvenuto in virtù del diritto nazionale di ogni stato di disporre di se stesso.
E sì, alla fine del 1940, la popolazione rumena autoctona della Transilvania di Nord finì invece di nuovo sotto il dominio ungherese: la regione era ceduta da Hitler e Mussolini all’Ungheria. Il trattato di Parigi del 1947, che chiudeva la seconda guerra mondiale, ha ridato questo territorio alla Romania. Finalmente la Transilvania veniva liberata dall’occupazione ungherese e così si realizzava un ideale.
“Solo il futuro ci dirà il destino di questa popolazione. Indipendenza o romeni a vita.”
Gli ungheresi sono troppo pochi e nono sono uniti nel loro desiderio di indipendenza. Forse anche perché alcuni di loro sanno che un paese che sa che la Storia sta dalla sua parte lotterà sempre per i suoi ideali, diritti ed interessi, come accade dappertutto nel mondo.
Se ti interessa leggere, fai click sul mio nome ed arriverai ad un link dove c’è una lettera aperta indirizzata S. E. Benito Mussolini nel 1937 (stampata anche in quattro traduzioni: romena, francese, inglese e tedesca), scritta dallo storico Nicolae Iorga che si è impegnato contro l’appoggio dato dal governo italiano alla rivincita ungherese. Ho fotografato il testo tempo fa e l’ho messo su Flickr.