Lo zelante impiegato scorre il dito sull’elenco. Nell’ufficio, reso più invivibile da un condizionatore rotto, il sudore si mischia alla noia per una fila infinita finalmente terminata. Tocca a voi. Di là dal vetro però la risposta è disarmante. Ciò che cercate non figura nell’elenco. Il solito incubo di chi ha a che fare con la burocrazia.
Ora, prendete questa fantasiosa scena e applicatela al destino di una nazione. La Nuova Zelanda infatti sarà chiamata presto alle urne per dare un nome alle due sue grandi isole che la compongono. Il motivo di questo quesito referendario è semplice: qualcuno si dimenticò di registrare ufficialmente la denominazione corretta dei territori.
E allora ecco che i cittadini saranno chiamati a esprimere una preferenza addirittura tra due importanti tradizioni. Sotto la spinta del New Zealand Geographic Board la lotta si farà democraticamente dura, tirata tra l’istanza anglofona del North e South Island e la richiesta maori di preservare la cultura indigena con le sue numerose denominazioni, tra le quali spiccano Te Ika a Maui e Te Wai Pounamu.
Il prolificare di modi di chiamare queste due isole in lingua maori di certo non ha aiutato l’ente promotore di questa consultazione. Per la cronaca tutto ciò che in lingua indigena si riferisce alla parola Maui racchiude molto più che una semplice tradizione. Maui fu il semi-dio che catturò quell’immenso pesce (proprio la North Island) con la canoa di suo fratello (rappresentata dalla South Island).
In più il bagaglio culturale dei maori non è da intendere come zavorra superata e da relegare a un passato tanto lontano quanto avvolto nelle nebbie. Infatti i primi conquistatori britannici si addentrarono in questi territori con mappe che riportavano proprio denominazioni riconducibili all’eroico Maui.
Perfino i grafici tracciati dal Capitano James Cook, primo esploratore di questi spazi per conto della testa coronata britannica, non mentono e raccontano di quelle leggende, di quei nomi e di quella cultura che oggi si vorrebbe mettere ai voti.
E di questo bagaglio lo stesso presidente del Geographic Board, Don Grant, è più che consapevole: “Tutto questo fa parte della storia del nostro Paese legata all’esplorazione e alla conquista europea. E fu solo dal 1950 che i nomi maori smisero d’apparire sulle cartine geografiche ufficiali”.
Ma la Storia alle volte chiede di ritornare.




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