Semplicemente la parte più profonda degli oceani. Conosciuta dai più come fossa delle Marianne. Per gli studiosi una vera e propria sfida. Toccare il fondale e finalmente misurare la corretta profondità di questo tratto di mare.
Fino ad ora però la scienza ha posto le proprie speranze praticamente solo nelle mani di un radar: per primo il Challenger II della Royal Navy che con i suoi apparecchi segnò diecimilanovecento metri, poi il russo Vitjaz azzardò un risultato superiore agli undicimila ma non fu preso in considerazione. L’ultima rilevazione attendibile è stata raccolta dalla Kaiko e si attestava sui diecimilanovecentosedici metri di profondità.
Ora però la svolta è stata servita su di un piatto d’argento. Messi in cantina i rilevatori a onde ecco entrare in servizio la navicella robotica Nereus che, con assoluta precisione, ha permesso di tracciare la corretta distanza tra la superficie e il fondale di quella zona comunemente chiamata Challenger Deep. Il 31 maggio 2009 l’umanità ha saputo che l’abisso marino più profondo al mondo misura esattamente diecimilanovecentodue metri.
Un successo per l’uomo ma anche per la macchina: l’unico veicolo marino, odiernamente in servizio, capace di muoversi a quelle profondità e il primo a essere stato utilizzato nella zona della fossa delle Marianne dall’oramai lontano 1998. Con un collegamento diretto in fibra ottica alla nave Kilo Moana, il Nereus possiede un’alta manovrabilità in remoto e la capacità di poter scendere con facilità negli abissi oceanici.
E l’orgoglio dei ricercatori traspare pienamente dalle parole di Andy Bowen, direttore del progetto e principale sviluppatore al Woods Hole Oceanographic Institution: “Con un robot come Nereus, ora siamo in grado di studiare qualsiasi zona del mare. Questi fondali sono virtualmente ancora inesplorati e sono assolutamente certo che questo macchinario consentirà nuove scoperte”.
Una missione, quella di Nereus, veramente estrema se si conta che la profondità del Challenger Deep supera i metri ricoperti in altezza dal Monte Everest con una pressione mille volte superiore a quella registrata sulla superficie del mare. Infatti solo nel 1960 Jacques Piccard e Don Walsh riuscirono a toccare il fondale grazie al loro Trieste. Primi e unici esseri umani.
Qui invece è la macchina ad arrivare e le promesse per un futuro di scoperte sono molte. Se i veicoli moderni erano capaci di analizzare il novantacinque per cento dei fondali marini, da oggi il Nereus permetterà una mappatura completa delle profondità oceaniche. La tecnologia al servizio dell’uomo. Qui come non mai.





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