Le culture che non conosciamo. Quelle di cui abbiamo un paio (o poco di più) di libri nelle nostre librerie euro-centriche, per dare loco quel tocco etnico che ci fa sentire più “multiculturali”. Anche se la tecnologia ci ha avvicinato tutti, forse è difficile accettare che viviamo tutti su pianeti diversi.
Con la diminuzione dei viaggi, l’aumento del terrore globale e l’irrigidimento delle leggi sull’immigrazione, la conoscenza si sta riducendo sempre di più alla semplice conoscenza mass-mediatica, creata e consumata attraverso gli schermi televisivi. Un’immagine è sufficiente ad etichettare un intero stato, se non addirittura un continente.
Su tutt’altra strada viaggia il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, giunto alla sua diciannovesima edizione e che si svolgerà a Milano dal 23 al 29 marzo 2009. Oltre cinquanta nazioni rappresentate e circa ottanta tra film e video proiettati.
Il film di apertura del Festival sarà London River, dedicato alla storia di Ousmane, musulmano, e della signora Sommers, cristiana, i cui figli, conviventi all’insaputa dei genitori, si ritrovano dispersi dopo gli attentati terroristici che hanno colpito Londra nel 2005. La regia è di Rachid Bouchareb e il film è interpretato da Sotiguy Kouyaté, premiato con l’Orso d’oro per il Miglior Attore al Festival di Berlino 2009.
Il Festival dedicherà un omaggio a Darezhan Omirbayev, regista di fama internazionale, e uno dei cineasti più rappresentatavi del Kazakistan, che ha legato il suo nome a quella che all’inizio degli anni Novanta si pose all’attenzione internazionale come la nouvelle vague kazaka.
Omirbayev ha dato via a un’intensa produzione cinematografica nazionale fondata su una profonda dimensione poetica scaturita da una tensione culturale unitaria e da una fertile coagulazione di spinte e motivi sociali e culturali.
Spazio anche al mondo arabo. In seguito al grande successo di pubblico e di stampa della sezione “Musalsalat e il terrorismo sugli schermi arabi”, il festival rinnova l’interesse per i media arabi con la sezione tematica: “Al Jazeera, l’occhio arabo sul mondo”.
La celebre emittente televisiva, passata alle cronache dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, si scrolla di dosso quelle fallaci accuse di istigazione al terrorismo montate da parte dei media americani ed europei, dovute alla perdita di una supremazia mediatica fino ad allora indiscussa.
Il fuoriconcorso infine del Festival dedicato ai film su tre continenti girati da registi occidentali riserva un’attenzione particolare ai registi italiani con la sezione Extr’A che presenta opere rivolte ai tre continenti protagonisti del Festival e che trattano problematiche relative all’immigrazione in Italia.
Fra i tanti appuntamenti collaterali, martedì 24 marzo (h. 18), sarà inaugurato al Festival Center la mostra fotografica Gentlemen of Bakongo-Brazaville di Daniele Tamagni: un percorso tra i “Sapeurs” di Bakongo quartiere storico di Brazzaville in Congo, culla della “Sape” ovvero del culto dell’eleganza.
In Congo “l’eleganza” è molto sentita ma in nessun altro paese s’identifica in maniera così evidente con la propria appartenenza culturale, con la propria storia, con delle regole e dei codici di comportamento in base ai quali ognuno vuole distinguersi, confrontarsi, sfidare, stupire e conquistare.
Tutto questo è la “sape”, abbreviazione di “société d’ ambianceurs et personnes élégantes” (società di persone eleganti che fanno ambiente) e i “sapeur”, dal francese “saper”, alternativo a “s’habiller” vestirsi.
Tutto questo (e molto altro ancora) è Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina.





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