Non c’è limite alla fantasia, ma questa volta la scommessa è audace.
Avevamo già toccato con mano l’inventiva dell’offerta alberghiera internazionale in tutte le sue più curiose sfaccettature: dalla nave hotel, all’albergo a forma di cane beagle, dal palazzo fatto interamente di ghiaccio, all’avventurosa scialuppa di salvataggio.
Ogni cosa per soddisfare la fantasia dei viaggiatori più esigenti.
La storia di oggi ha però il profumo della scommessa: dirottare (metaforicamente parlando) dei passeggeri aeroportuali verso un alloggio ricavato da un vecchio Boeing 747 oramai in disuso.
Coraggiosa impresa imprenditoriale, penseremo.
E pensiamo bene.
Basta solo calarsi in una scena ben più reale e comune: la coincidenza saltata, il bagaglio disperso, lo sciopero improvviso, l’intemperie che si abbatte chiaramente solo quando quella volta decidi di imbroccare il viaggio con le ali.
Insomma, la tipica trafila di chi viaggia spesso.
Bene, ora immaginate la risposta dell’assistenza clienti dell’aeroporto di Stoccolma Arlanda che v’invita, come se di aerei uno non avesse già abbastanza sofferto, ad alloggiare in uno di essi per ritemprarsi dal disguido.
Venticinque camere da sei metri quadrati ciascuna con bagno in comune, una suite da trecento (ricavata dalla cabina di comando) con bagno privato, 120 euro a notte per le prime e 300 per la seconda.
La forza di questo “albergo alato” però sta nella sua immensa vicinanza con l’aerea check-in, solo dieci minuti a piedi e nella scelta strategica dello scalo nella quale si trova.
Dovete sapere infatti che l’aeroporto di Stoccolma Arlanda è considerato il principale della Svezia, in pratica il più importante nell’intera Scandinavia con la bellezza di quasi venti milioni di passeggeri transitati nel solo 2007.
Poi la storia di quello che è già stato definito Jumbo Hostel è quella che sa di rivincita.
Nato nel 1976 come velivolo per la Singapore Airlines.
Di proprietario in proprietario passò a diverse compagnie per poi accasarsi alla Transjet che era specializzata nei viaggi per i pellegrini che si recavano alla Mecca.
Il fallimento di quest’ultima nel 2002 ha consegnato il Boeing nelle mani di Oscar Diös, imprenditore già proprietario di un albergo a Uppsala, che ha avuto la brillante idea di richiamare in servizio per l’ultima volta il vecchio apparecchio.
Niente più cieli dell’Arabia Saudita, niente più scali internazionali.
L’aereo è stato chiamato Liv, come la figlia dell’imprenditore, nome che in svedese significa “vita” e che consegna a questa storia il giusto finale.
Un nuovo nome, una nuova missione, una nuova vita.
Amici svedesi, passeggeri appiedati, da oggi non siete più soli.
Liv, vive!





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