Sono decenni che si stanno cercando alternative energetiche. Sono decenni che si è alla ricerca di fonti alimentari alternative, soprattutto per quelle nazioni che non hanno il piatto sempre pieno.
Una delle più grande risorse del pianeta, il mare, viene sfruttato solo in parte. La pesca ha subito una decisiva impennata (dicasi sfruttamento) che ha portato all’estinzione di alcune specie ittiche, e altre a rischio.
Non va dimenticato che i fondali marini sono anche i custodi fedeli delle energie fossili. Oltre ai giacimenti di carbone che si trovano nel prolungamento di riserve continentali, si trovano anche idrocarburi e minerali di vario tipo.
Negli ultimi tempi, si è però dedicata molta attenzione anche alle possibilità energetiche dei movimenti acquei. È di questi giorni la notizia della possibile svolta energetica per non dipendere più dai capricci di qualche nazione.
Così sembrerebbe. A fornire questa possibilità, gli ingegneri e architetti inglesi che hanno realizzato Energy Island: il progetto prevede lo sfruttamento dell’Otec, l’Ocean thermalenergy conversion.
L’energia ricavata dalla differenza di temperatura tra le acque calde superficiali e quelle fredde profonde (almeno mille metri).
Entrando nei dettagli più tecnici (e non proprio semplicissimi), si tratterebbe di costruire arcipelaghi di piattaforme marine lungo la zona tropicale (la più idonea per differenza di temperatura tra profondità e superficie) per produrre energia, sfruttando la corrente di acqua calda che corre dai Caraibi fino alle coste dell’Africa occidentale e poi dall’Oceano Indiano fino al Mare del Sud della Cina.
Dai dati, risulta inoltre che se ogni neo-isola fosse equipaggiata di centrali eoliche, fornaci solari, tubature di profondità, turbine e tecnologia, l’Otec potrebbe fornire una quantità pari a 250 megawatt.
La costruzione di “appena” cinquantamila di queste isole, sarebbe infine sufficiente a coprire il fabbisogno energetico mondiale.




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