Vale la pena assistere almeno una volta nella vita al carnevale che si svolge nella piccola cittadina d’Ivrea, a sessanta chilometri da Torino.
Il suo Storico Carnevale è l’unico in Italia che abbia mantenuto un legame con il Medioevo, epoca in cui questa festa nasce: né quello di Venezia, risvegliatosi circa trent’anni fa, né quello di Viareggio, istituito nel 1873, possono vantare una tradizione così ininterrotta.
Il carnevale rievoca le lotte della cittadinanza eporediese contro l’oppressione: nel 1194 il popolo insorse e distrusse il castello di Ranieri di Biandrate insediato dall’invasore Federico Barbarossa. Meno di cent’anni più tardi stessa sorte tocco al marchese Guglielmo del Monferrato.
La leggenda vuole che, il giorno delle sue nozze, Violetta, figlia di un mugnaio di Ivrea, fosse stata trascinata nel castello dal perfido tiranno deciso a reclamare lo ius prime noctis. Ma Violetta riuscì a farlo ubriacare per poi tagliargli nel sonno la testa, dando così inizio alla sollevazione popolare e all’abbattimento del maniero del tiranno.
Nessuna vicenda storica suffraga puntualmente la leggenda, dal momento che i marchesi del Monferrato, pur tentando nel corso del XII secolo di signoreggiare su Ivrea, non riuscirono mai a stabilirvi durevolmente il proprio dominio. Nonostante ciò il folclore del carnevale d’Ivrea è pieno, soprattutto nei costumi e negli stendardi, di richiami alle tradizioni medievali del Canavese.
Fino al 1808 le feste per la vittoria erano divise tra i rioni. Poi durante l’occupazione napoleonica, il governo bonapartista riunì il carnevale in un’unica festa. Risale a quella data l’istituzione della figura del Generale, simbolo dell’autorità municipale, che veste l’uniforme dell’esercito napoleonico ed assume simbolicamente i poteri di gestione della festa.
Anche le uniformi indossate dallo Stato Maggiore sono quelle dell’esercito napoleonico: giubbe e pantaloni dai colori blu e rosso, stivali di cuoio nero, spada al fianco e feluche piumate, così si presentano gli ufficiali posti agli ordini del Generale.
L’atmosfera gioiosa che accompagna la sfilata del corteo storico non sarebbe tale senza le musiche del carnevale. L’animazione musicale della festa spetta soprattutto alla Banda dei Pifferi e Tamburi, altro elemento tipico che connota il Carnevale d’Ivrea.
La banda, in uniforme con giubba rossa e pantaloni verdi, marcia in testa al corteo storico eseguendo una serie assai ampia di arie sette-ottocentesche modulate sui sei fori dei pifferi costruiti in legno di bosso, e ritmate dal suono dei tamburi e di una grancassa.
Ma è la battaglia delle arance a rappresentare il momento più spettacolare del carnevale, motivo di richiamo turistico annuale per migliaia di visitatori. Le sue origini sono incerte, risalgono verosimilmente intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.
Nell’immediato dopoguerra si formarono le prime squadre a piedi di aranceri e si allestirono i primi carri da getto.
L’iniziativa sorta al di fuori della ufficialità delle celebrazioni carnevalesche, fu subito riportata al contesto storico-leggendario del carnevale, stabilendo che i carri dovessero rappresentare i ben armati manipoli di sgherri agli ordini del tiranno e che le squadre a piedi dovessero essere intese come bande popolane in rivolta.
E mentre infuria la battaglia tra il popolo e la nobiltà riecheggia per le strade ed i borghi d’Ivrea la canzone del Carnevale:
“Una volta anticamente Egli è certo che un Barone
Ci trattava duramente con la corda e col bastone;
D’in sull’alto Castellazzo, dove avea covile e possa,
Sghignazzando a mò di pazzo ci mangiava polpa ed ossa.”
“Ma la figlia d’un mugnaro gli ha insegnato la creanza,
Che rapita all’uom più caro volea farne la sua ganza.
Ma quell’altra prese impegno di trattarlo a tu per tu:
Quello è stato il nostro segno, e il Castello non c’è più.”





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




