O’Connel Street è un tappeto di volantini pro e contro l’Europa.
Ad ogni angolo della via più importante di Dublino, giovani “arruolati” dagli opposti schieramenti fermano i passanti e rifilano loro carta su carta.
“Con tutta questa roba qui ho rifatto la cuccia del cane”, dice un signore sulla sessantina, sorridendo.
Poi, con la mano libera dai “papiri”, solleva appena il cappello in tweed e si gratta la fronte.
“Io, però, se votare sì o no, non lo so proprio. Mi si chiede di decidere su una cosa che non capsico”.
E il problema sta tutto qui: il testo su cui oggi gli irlandesi sono chiamati a pronunciarsi per la ratifica del Trattato di Lisbona è praticamente illeggibile.
Parola di John Bruton, ex premier di Dublino dal 1993 al 1997 e, ora, ambasciatore della Ue a Washington. “E’ uno scritto complicatissimo che viene sommariamente spiegato chiedendo di votare sì”.
Una questione di non poco conto che, negli altri stati dell’Unione, è stata “abilmente” risolta con un voto dei rispettivi parlamenti.
Ma non qui, in Irlanda, dove la costituzione prevede una consultazione popolare attraverso il referendum.
Eppure, in base i vantaggi ricevuti da Bruxelles, gli irlandesi dovrebbero votare sì in massa.
Non c’è angolo dell’Isola che abbia girato, in cui non si trovi un cartello con la scritta “Realizzato attraverso i contributi europei”. Senza contare, poi, i benefici fiscali.
Eppure questa gente, che rappresenta l’uno per cento della popolazione europea, non si fida. E col suo no potrebbe frenare il Trattato. Dopo i dinieghi di Olanda e Francia, due anni fa.
Nonostante l’appello dell’altro giorno dei tre maggiori partiti, gli irlandesi temono di perdere la loro identità e indipendenza.
“Non è neanche un secolo che ci siamo liberati dal giogo britannico. Non voglio finire sotto quello europeo”, sostiene un agricoltore delle zone rurali.
“Non voglio che quelli ci dicano come e cosa fare a casa nostra” conclude allontanandosi dal suo campo. E dall’Europa.




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