Paese che vai usanze che trovi, indubbiamente.
Il problema però nasce quando nella stessa nazione a scontrarsi sono diverse usanze creando un vero e proprio terremoto interno.
Indonesia, presto sarà vietata la sinuosa danza velata delle ballerine.
E non solo i veli saranno banditi per sempre.
La proposta dei partiti islamici ha già messo sulla lista nera ciò che dovrà essere cancellato dalla vita pubblica in onore del giusto pudore contemplato dalla loro religione di riferimento.
Dopo i roghi in piazza di diverse pubblicazioni come Playboy ci si appresta a dire addio a qualsiasi comportamento che “incoraggi i desideri sessuali”.
In poche parole un’introduzione della Sharia nel paese musulmano più popoloso del mondo.
In ancora meno una tragedia per le tante minoranze religiose e culturali.
Sì, perché non tutti vedono di buon occhio questa scelta “moralizzante”.
Dall’altra parte di questo ring culturale si schierano i nazionalisti, i democratici e i partiti d’ispirazione cristiana.
La scelta d’introdurre queste limitazioni in nome del pudore invece porta la firma del partito di maggioranza Golkar e delle tre correnti politiche che si rifanno esplicitamente alla religione musulmana, cioè lo United Development Party, lo Star Reform Party e il Pks.
Quest’ultima formazione addirittura ha specificato che questa proposta di legge deve essere letta esplicitamente come un regalo per tutti i fedeli musulmani indonesiani impegnati nel sacro mese del Ramadan.
I fautori di questo progetto non hanno minimamente tenuto conto delle diversità che formano l’anima indonesiana, un’anima composta da seimila isole che custodiscono il segreto di un’infinità di etnie, di usi e costumi tutti diversi.
Addio allora all’utilizzo del bikini, ma anche a tradizioni ben più radicate: le statue nude del gruppo tribale degli Asmat, per esempio, non avranno scampo e finiranno sotto la censura di quella che è già stata definita anti-porn bill.
La tensione in Indonesia è già salita alle stelle e come al solito ha la forma e il peso delle bombe che esplodono in luoghi affollati per destabilizzare la tranquillità degli inermi cittadini piegandoli al terrore.
Duecentodue morti, prodotto delle bombe del 2002.
E c’è chi non contento di questa grave situazione è pronto a buttare benzina sul fuoco:
“E se facessimo saltare tutto?”, ha affermato Fauzan Al Anshori, uno dei sostenitori di questo nuovo disegno di legge.
Dove il dialogo non esiste.
Dove le bombe prendono il posto delle parole.




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