C’è un libro che in Germania, per legge, ha il divieto di assoluto di ristampa: si tratta del famigerato Mein Kampf, manifesto disgraziato dell’orrenda epopea hitleriana.
Scritto nel carcere bavarese di Landsberg fra il 1923 e il 1924 – primo dei cinque anni di condanna inflitti al Fuhrer per il putsch di Monaco – il testo fu letteralmente dettato dall’allora trentatreenne Adolf Hitler al fidato Rudolph Hess.
Nel ’46, le macerie delle seconda guerra mondiale ancora fumanti e ben dieci milioni di copie vendute, i diritti del Mein Kampf – assieme al patrimonio personale di Hitler – furono definitivamente ceduti al Land di Baviera da parte dei liberatori americani.
Come primo atto a protezione della neonata democrazia tedesca, nonché per rispetto alle sopravvissute comunità ebraiche, il distretto governativo bavarese promulgò il divieto di ristampa del testo a tutto il 2015, anno in cui i diritti, di nuovo, diverranno disponibili e perciò commerciabili.
Ora, venerdì scorso, per uno strano caso del destino, mentre da noi in Italia si festeggiava per l’avvenuta liberazione dal giogo nazifascista, niente meno che il Consiglio Centrale degli Ebrei Tedeschi pronunciava il suo voto favorevole a che il Mein Kampf venisse ristampato.
Due i cardini della decisione che ha scatenato non poche polemiche in Germania: il primo è che il testo possa essere riedito solo corredato da “commenti” a margine redatti da studiosi scelti dal Consiglio Centrale appunto.
Il secondo, sostenuto dal politologo israelo-tedesco Rafael Seligmann, suona più che altro come un’accusa di oscurantismo: «E’ assurdo che la Baviera s’opponga perfino a un’edizione “scientifica” del Mein Kampf».
Un unico dato stride però con quest’ultima affermazione: le pagine su cui Seligmann ha rilasciato l’intervista, sono quelle del die Welt, quotidiano di proprietà di Springer Verlag.
L’editore è reputato di essere uno dei più accaniti sostenitori della nuova corrente revisionista del nazismo che sempre più adepti sta annoverando fra le sue file, tanto in Germania che in Europa.
Dal canto suo, lo storico Hans-Ulrich Wehler, non ha perso tempo in ciance e ha redatto la tabella di marcia dei lavori: «… dai tre ai cinque anni per un’edizione critica…», chissà perché così armonicamente in tempo per il fatidico 2015.




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…Il fidato Rudolph Hesse…
Forse ti confondi con il famoso scrittore Hermann.
In realtà il cognome corretto di Rudolph era Hess (segretario del Partito Nazionalsocialista e ideatore del volo solitario sull’Inghilterra per tentare un’accordo di pace con questa nel 1941), ultimo a morire come progioniero di guerra nel carcere postbellico di Spandau.
Gentile Rocco,
grazie per la segnalazione: abbiamo provveduto a correggere il refuso.